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Credere in qualcosa

Tutti noi abbiamo pensieri, punti di vista, credenze più o meno radicate. Si tratta di idee, visioni, non sempre originate dal nostro interno ma instillate dall'ambiente in cui siamo cresciuti.

È normale, almeno fino a un certo grado, essere influenzati dal proprio terreno di nascita, perché l'eredità genetica, famigliare e culturale aiutano a definire la persona e le danno una base sulla quale evolversi. Crescendo, tuttavia, bisognerebbe imparare a mettersi in discussione, ad accettare le credenze del proprio ambiente dopo averle elaborate in modo consapevole, invece di subirle passivamente o considerarle come un a priori, come una verità assoluta.

Chi crede in qualcosa perché genuinamente coinvolto in esso, perché lo ha veramente elaborato e scelto, in genere ha un atteggiamento di inclusione anche verso chi la pensa diversamente; è disposto ad ascoltare, a spiegarsi senza ironizzare e senza aggredire, pur rimanendo saldo nella propria visione.

Chi invece crede in qualcosa perché è stato indottrinato a farlo, o perché si è imposto un percorso per motivazioni poco autentiche, reagirà in modo aggressivo e polemico verso chi segue un cammino differente, cogliendo ogni occasione per sminuire le idee diverse dalle proprie. Prigioniero di una qualche forma pensiero collettiva – quella a cui ha dato la sua adesione fideistica – non si accorge di essere una pecora guidata dal gregge e, proprio per questo, agisce più facilmente nel giudizio, nella divisione e nella cecità.

Credere in qualcosa può essere il frutto di una elaborazione personale o di un indottrinamento subito dall'esterno. A volte vi è una mescolanza di entrambi i fattori. La modalità con cui trattiamo chi ha visioni diverse dalle nostre comunque rivela se siamo autenticamente e consapevolmente in sintonia con ciò in cui crediamo o se ne siamo divenuti schiavi.

Camilla








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