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106. La felicità è una scelta... o no?


Per stare male e vivere i soliti conflitti ci vuole davvero poco. Basta non essere presenti a noi stessi. Basta mettere da parte ciò che ci ispira veramente. Basta che ci lasciamo andare ai soliti automatismi emotivi. Basta che qualcuno prema un pulsante (ci offende, ci giudica...) e che noi reagiamo come marionette.

Diciamolo: per quanto "doloroso", stare male è rassicurante: ci conferma che abbiamo tutto sotto controllo (perché conosciamo quel territorio), e magari ci sentiamo pure autorizzati a lamentarci.
Non sempre siamo così aperti a esplorare l'incauto territorio della felicità.
... E anche quando ci sentiamo pronti e vogliamo essere felici, a volte ciò non sembra sufficiente!

La felicità non è una scelta, perché non la si può far accadere a comando.
Tuttavia essa è il frutto di scelte, scelte che si costruiscono giorno dopo giorno...

La scelta di dire "sì" quando il solito copione di dolore vorrebbe farci dire "no".
La scelta di esserci con attenzione e cura, quando tutto intorno sembra ignorarci o intimorirci.
La scelta di affidarci a una "volontà maggiore" perché riconosciamo che noi possiamo fare molto, ma non tutto.
La scelta di rinascere, perché il passato non è il futuro.
La scelta di essere morbidi, quando l'illusione della durezza avanza.
La scelta di essere duri, quando l'illusione della debolezza corrode.
La scelta di amare, ancora e più di prima, perché se intorno vediamo ombra allora che luce sia.
La scelta di occuparci di ciò che è collegato all'essenza, perché il tempo ce lo chiede.
La scelta di nutrire i nostri talenti, e di metterli al servizio degli altri.
La scelta di attivarci, perché al di là delle parole ci sono azioni.

Quando scegliamo tutto questo, la felicità comincia a installarsi dentro il codice della nostra realtà, con il sapore della gioia, della forza, della presenza.






Commenti

ManuelV ha detto…
Purtroppo, soffrire a volte è comodo, se non addirittura attraente. La sofferenza è come uno scudo, che noi usiamo come giustificazione.
La usiamo come pretesa verso gli altri: soffro, quindi mi devi aiutare.
La usiamo per difenderci: certo che non ho fatto quella tal cosa, sono troppo occupato con le mie sofferenze.
Ci crediamo belli nella sofferenza, crediamo di avere una sorta di dignità.
Io porto la mia sofferenza che voi non potete capire ecc ecc.
E ci dimentichiamo che chi soffre davvero, lo fa in silenzio.
Chi si lamenta troppo sta bene, perché chi soffre davvero di solito sta zitto e ringrazia di avere ancora quel poco che gli resta.

Al solito un bellissimo post.
Ti ringrazio tanto per le tue parole

Baci
Camilla Ripani ha detto…
Grazie a te, Manuel, per gli splendidi spunti di riflessione.

E' indubbio che per lamentarsi troppo occorre un carico di energia e una voglia di stare al centro dell'attenzione, che il "vero" sofferente, in genere, ha già consumato...

Ma non voglio assolutizzare. La gente ha modi contorti di chiedere aiuto.
ManuelV ha detto…
Anche questo è vero... ed è certo che se qualcuno si lamenta ha di certo qualche disagio che lo opprime.

E magari, da una lamentela che sembra sciocca, si scopre un disagio più profondo. Ad esempio la ragazza che si lamenta, perché non riesce a perdere quei 2kg (faccio un esempio abbastanza banale), magari nasconde solitudine e la necessità di dialogare, di aprirsi con qualcuno.

La lamentela per il peso sembra sciocca e futile, ma dietro si nasconde certo un disagio reale, magari di solitudine profonda.

Grazie Camilla
Mi hai dato un buon punto su cui riflettere, che certamente ho troppo trascurato.

Baci
Manuel

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