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11 novembre 2017

Solo per cinque minuti (trucco antiprocrastinazione)

La sera quando arrivo a casa spesso mi sento sopraffare dalla stanchezza. Appena varco la soglia avrei solo voglia di spalmarmi sul divano davanti a Netflix. E non parliamo di tante altre situazioni dove rimando i compiti e mi metto in moto solo quando sono vicina alle scadenze... Sono bravissima a trovare ogni scusa per non fare quello che va fatto, ma proprio per questo ho collaudato un trucco per salvarmi dalla procrastinazione. Il trucco si chiama "solo per cinque minuti".

Entro in casa e mi dico "Ok, ora metto via la giacca, la borsa del lavoro e la spesa... solo per 5 minuti. Poi, dopo, farò come mi pare. In fondo, cosa sono cinque minuti?". Allora imposto il timer della cucina, quello che fa "tic tic tic..." (è più suggestivo) e comincio a fare velocemente quanto stabilito con me stessa. Incredibile ma vero, in soli cinque minuti riesco a mettere tutto a posto.

Poi vedo che ci sono i piatti nel lavandino da mettere via, e poiché nel frattempo mi è aumentata la motivazione, decido che posso sistemarli, tanto è "solo per cinque minuti".

Qualunque sia il compito scelto, lo scopo è fare tutto entro cinque minuti, rinunciando a ogni forma di perfezionismo. La mia mente si sente sempre molto sollevata quando le prometto che occuperò le mie energie solo per cinque minuti, così mi lascia fare le cose senza interferire più di tanto.

Il bello di questa tecnica è che ti mette subito a contatto con la soddisfazione di aver raggiunto un obiettivo, per quanto piccolo possa essere. È facile, allora, che dopo i primi compiti, io decida di continuare con altri perché mi sento più leggera e motivata. Così finisco con pulire la casella email, fare una lavatrice, segnare le spese della giornata, archiviare i documenti arretrati e cose del genere. Però lo decido sempre cinque minuti alla volta.

Poi, sembra incredibile, ma in cinque minuti si possono comunque fare un sacco di cose. L'ho scoperto facendolo! Il segreto è muoversi il più velocemente possibile, abbandonare ogni pretesa di perfezionismo e smettere di fare quel compito specifico appena scade il tempo, così come pattuito con noi stessi.

Vediamo meglio in quali casi usare il trucco dei cinque minuti:

1) Per fare un solo compito di cinque minuti al giorno. Serve a tirarsi fuori da una situazione di stallo e riprendere fiducia, o anche per fissare i semi di una nuova abitudine. Ricordo quando tanti anni fa mi avvicinai alla meditazione ma l'idea di starmene seduta senza far niente per mezz'ora ogni mattina mi faceva spesso procrastinare, allora mi imposi di meditare solo cinque minuti al giorno, e così mi avvicinai alla pratica senza troppe resistenze.

2) Per fare compiti più lunghi, dividendoli in sotto-compiti da cinque minuti. L'ideale è cercare sempre di differenziare i compiti in qualche modo. Per esempio, non penso che avrò bisogno di 5+5+5 minuti per sistemare l'armadio (tre compiti uguali), ma che nei primi cinque minuti sistemerò le camicie come obiettivo; poi nei secondi cinque sistemerò sciarpe e calzini; e infine negli ultimi cinque minuti il compito sarà di occuparmi dei pezzi di sotto come gonne e pantaloni (quindi in pratica tre obiettivi diversi).

 3) Per darsi l'energia per iniziare. Anche se ho bisogno di più tempo per fare una certa cosa, prometto a me stessa che mi impegnerò solo per i primi cinque minuti e che, se passati quei minuti non avrò voglia di continuare, allora smetterò. Diciamo che nove volte su dieci continuo senza problemi. So che, qualora non avessi voglia di continuare, sono pienamente autorizzata a smettere e non mi giudicherò per questo. Capita anche che con mio stupore riesca a terminare in cinque minuti certi compiti che avevo ritenuto erroneamente più impegnativi.

Il mio cervello si sente sempre rigenerato dalla sensazione di aver raggiunto un obiettivo, anche se piccolo, ecco perché in genere, quando suona il timer, avverto una sensazione di piacere e dunque la voglia di riviverla (magari facendo proprio un altro compito da cinque minuti).

Chiaramente il sistema si presta a combinazioni infinite, sta a noi adattarlo alle nostre esigenze e magari usare un pizzico di fantasia per affrontare situazioni differenti.

Camilla




P. S. Lunedì 27 novembre 2017 ci sarà un nuovo incontro di Filosofia e Spiritualità condotto da me e Daniele Palmieri. Ci ritroviamo a Milano, presso Anima Edizioni in Corso Vercelli 56, alle ore 19:00 (ingresso gratuito). In questa serata il dibattito verterà sul tema della meraviglia, una dimensione interiore preziosa e incontenibile, alla base di ogni scoperta e tensione verso l'assoluto... Ti aspettiamo!






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4 novembre 2017

Come dare consigli

Prima di dare un consiglio a qualcuno, ti invito a riflettere sui seguenti punti.

1) Chiediti qual è il tuo movente. Perché vuoi dare un consiglio a qualcuno? Per il suo bene? Perché vuoi che faccia la cosa giusta? Perché ti sentiresti più tranquillo se facesse come dici tu? Per dimostrare a te stesso e agli altri che sei più intelligente? Per controllare la situazione? Cos'altro? Dietro la tua voglia di dare consigli potrebbero esserci motivazioni più profonde di cui non sei cosciente.

2) Accetta completamente la persona che vuoi consigliare per come è, con il suo pensiero e le sue azioni. Non significa che approvi o che faresti come lei, ma che accetti che sia come vuole essere. Diversamente rischi di dare un consiglio sulla base della non accettazione, inquinandolo con il tuo bisogno di cambiare le cose.

3) Ogni consiglio è come un seme: tu puoi solo spargerlo intorno a te ma non puoi obbligare nessuno a raccoglierlo. Chi vuole lo raccoglierà, chi non vuole lo ignorerà e non potrai farci niente. Concentrati sul donare un buon seme, ma non avere alcuna pretesa o aspettativa sul fatto che venga raccolto o meno.

4) Il consiglio deve essere in funzione della persona: non deve avere a che fare tanto con te, quanto con colui o colei a cui è rivolto. Non riguarda il tuo modo di vedere le cose, i tuoi valori o cosa faresti tu al suo posto. Prima di dare un consiglio, mettiti in ascolto della persona, della sua storia, della sua visione, e poi fa' in modo che il consiglio sia adatto a lei, al suo prossimo passo, quello che le è possibile, quello che può fare a partire dal suo attuale livello di coscienza, che potrebbe non essere il tuo.

5) Chi si lamenta non sta chiedendo automaticamente un consiglio. In genere chi si lamenta non è interessato alle soluzioni, ma cerca solo di scaricare la propria frustrazione. Tuttavia, nel dubbio, quando hai a che fare con qualcuno che si lamenta in continuazione e sei tentato di consigliarlo, fagli almeno una volta questa domanda: "Mi stai chiedendo un consiglio per risolvere questa situazione?". Se la risposta della persona è no, oppure è sì ma con i fatti dimostra che è no, taglia la corda prima di essere trasformato in un raccogli-immondizia per le ansie altrui.

6) Chiediti: davvero la persona cambierà solo perché sono io a dargli un consiglio? Se la persona fosse stata pronta per accorgersi di determinate soluzioni, probabilmente lo avrebbe già fatto. Credere che ciò accadrà solo perché sei tu a fargli notare qualcosa, dando per scontato di essere magari il primo a farlo, è un atto di arroganza.

7) Non dare le risposte al posto dell'altra persona. Alcune persone potrebbero chiederti un consiglio perché non vogliono prendersi la responsabilità di fare una scelta. Si tratta in genere di persone facilmente influenzabili oppure con poca abilità di capire cosa vogliono veramente. In questi casi il miglior consiglio che puoi dare loro è spingerle a prendere una decisione in modo autonomo, senza condizionarle con le tue risposte.

8) Non dare un consiglio se non è richiesto. Un consiglio ha una minima probabilità di essere ascoltato se è richiesto, quando invece non è richiesto le probabilità rasentano lo zero. Ma che fare se senti che proprio non puoi tacere? Cerca almeno di dare un consiglio fingendo di non darlo. Potresti lasciare in giro un certo libro, lasciare acceso un certo video, pronunciare distrattamente una certa frase, ovviamente tutto "per caso". La persona non deve minimamente accorgersi che le stai suggerendo qualcosa, e se mai coglierà il suggerimento, avrà la sensazione che sia stata una sua scoperta.

9) Sei coerente con i tuoi consigli? Con le tue azioni quotidiane dimostri di essere la persona adatta a dare il consiglio che vuoi dare? Ci sono persone squattrinate che danno consigli sui soldi, persone poco socievoli che danno consigli sui rapporti, persone poco sane che danno consigli sulla salute e così via. Il primo modo di farsi ascoltare è essere coerenti con ciò che si afferma, sennò è inutile anche solo cercare di parlare.

10) Non confondere il consigliare un adulto con l'educare un bambino. Anche se ogni consiglio dovrebbe avere sempre come obiettivo quello di educare la persona, un conto è consigliare un adulto e un altro è educare un bambino. Educare è molto più che dare consigli, è prendersi la responsabilità di condurre a maturità di pensiero e azione una creatura in evoluzione; ciò richiede un impegno, una presenza e un darsi che non è richiesto nel caso di rapporti con amici, conoscenti e partner, e che quindi esula dall'intento di questo post.



Chiaramente questi appena dati sono a loro volta consigli non richiesti, ma la natura impersonale del rapporto fra me e te che leggi ci permette di restare distaccati, liberi da qualsiasi aspettativa. Lasciamo che sia il "caso" a decidere se o come spargere questi semi.

Camilla



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29 ottobre 2017

Quello che ti è successo

"L’esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade". (Aldous Leonard Huxley)

Le esperienze segnano, questo è fuori di dubbio. Ma in che modo lasciano una traccia dentro di te? In che modo determinano quello che sei e che sarai? La risposta a queste domande dipende da te, da come "usi" quello che ti è accaduto.

Un veleno può intossicare; lo stesso veleno può essere usato per elaborare un antidoto. Un ostacolo può farti desistere dal proseguire sulla strada scelta, o spingerti a diventare qualcosa di più grande e superarlo.

A. Jodorowsky afferma che il trauma non è la causa di un comportamento disfunzionale, ma è solo una leva che permette a quello stesso comportamento di manifestarsi liberamente laddove prima era latente. Ovviamente non vuole sminuire il ruolo delle difficoltà e dell'ambiente, ma evidenziare come a volte credi di essere determinato da quello che ti è successo, mentre sei tu a usare quello che ti è successo per poter manifestare quello che ti porti dentro.

In questo modo giustifichi a te stesso l'avere paura, il sentirti vittima, l'aver scelto strade oscure, lontano dall'anima. Ti dici che hai buttato la spugna, che hai delle difficoltà, perché hai avuto un trauma o sei stato ostacolato. Ti senti vittima del passato, ma sei tu che stai usando il passato per perpetrare la tua condizione di impotenza.

La configurazione che ti porti dentro può essere rilasciata in ogni momento, a patto però di rilasciare il passato, i suoi ostacoli, le decisioni e i patti presi allora.

È tempo che smetti di rinunciare a te stesso e alla tua vita in nome di un passato che non c'è più. Quello che ti è successo può essere stato molto difficile e doloroso, tuttavia puoi usarlo in modo diverso – come un antidoto invece che come un veleno – se solo ti permetti di essere diverso tu.





Camilla


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26 ottobre 2017

Speranza

Speranza è una di quelle parole che, a seconda di come la si intende, può liberare o incatenare.

Se hai speranza nel destino e nel tuo percorso significa che avanzi con un senso di fiducia e positività. Significa che ti mantieni focalizzato su quanto di bello può accadere, invece che sul brutto che è già accaduto. Qualunque prova ti ritrovi ad affrontare, senti che puoi superarla. La speranza ti dona la forza e la gioia anche in tempi oscuri. Questa è una speranza che libera. Libera dalla paura. Dal cinismo. Dal prendersi troppo sul serio. Dalle visioni ristrette.  

C'è poi la speranza che qualcuno venga a salvarti o qualcosa giunga d'improvviso e ti tiri fuori dai guai. Questo tipo di speranza spesso appoggia sulla credenza intrinseca che non puoi contare su te stesso per migliorare le tue condizioni (sennò ti saresti già dato da fare). Inesorabilmente entri in una specie di letargo, dove ogni giorno rimane uguale a se stesso, mentre attendi che un qualche avvenimento esterno possa cambiare ogni cosa.

Si tratta di una speranza che non libera, ma incatena. Ti incatena a credere che le cose cambiano d'improvviso, magari per un colpo di fortuna, e non quando cambi tu, con pazienza e impegno. Ritieni allora che non sei tu a dovere muovere i fili del tuo gioco. Non ti prendi il rischio di emergere, né la responsabilità di opporti a chi o cosa vuole trattenerti in una linea di vita che ti sta stretta. Non fai accadere niente. Speri e basta.



Se ti libera, non perdere la speranza, mai.
Se ti incatena, non contare sulla speranza, mai.

Camilla


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18 ottobre 2017

Cosa significa Spiritualità?

Possiamo definire la spiritualità in tanti modi. A seconda dei punti di vista, spiritualità è instaurare un rapporto con la propria anima; avvertire che c'è qualcosa di più oltre quello che appare; accorgersi che esiste una mente universale che interagisce con noi; imparare a co-creare la realtà a partire dalle proprie emozioni e pensieri; sviluppare il senso della fiducia e dell'arrendevolezza al divino; e tanto, tanto altro.

Qualcuno scambia il sentire spirituale come una maniera per isolarsi dal mondo, quando in realtà esso invita ad affrontare i propri doveri quotidiani e a essere "pratici", operativi, ossia capaci di intervenire e avere cura là dove ve ne è bisogno. Per crescere verso il cielo bisogna avere radici profonde.

Se per fare la tua seduta di meditazione ti dimentichi di andare a prendere tuo figlio a scuola, o dici alla tua amica alla quale hanno appena rubato la borsa "rifletti su quale parte di te ha creato questo evento", non è perché sei su un percorso spirituale, è perché sei su un percorso che non porta da nessuna parte (lo dico senza giudizio, ma per indurre amorevolmente una riflessione).

Una delle definizioni che preferisco di "spiritualità" è: assecondare i valori dell'anima, ossia i valori dell'etica. Per dirla in altre parole: mettere i rapporti umani al primo posto.

L'anima ha sempre un'ottica omnicomprensiva, globale, altruista. Quando ti rapporti sempre di più con la tua anima è inevitabile sviluppare un senso dell'etica e una compassione più profondi. Allora nelle scelte che fai, nei comportamenti che adotti, cominci a chiederti se a beneficiarne sarai solo tu o anche altre persone intorno a te.

Intendere la spiritualità come il mettere i rapporti umani al primo posto implica che anche chi non ha idea di cosa sia l'anima, o magari è pure ateo, può trovarsi su un percorso spirituale... Interessante, non trovi? Per ora voglio lasciarti con questa riflessione.




Prima di salutarti, ci tengo a informarti che abbiamo parlato anche di questo proprio lo scorso lunedì durante il primo incontro di Filosofia e Spiritualità condotto da me e Daniele Palmieri.

Il prossimo incontro è previsto per lunedì 23 ottobre 2017 alle 19:00 (sempre a Milano presso Anima Edizioni in Corso Vercelli 56) dove ci focalizzeremo sul tema del dominio di sé tra responsabilità, azione e karma. Ci ritroveremo poi per un incontro a novembre e uno a dicembre, per proseguire nel 2018.

Puoi continuare a seguirmi su questo blog o se ti va anche dal vivo durante gli incontri gratuiti di Filosofia e Spiritualità.

A Dio, sempre e comunque.

Camilla








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L'universo è la loro dimora, 
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