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9 dicembre 2017

Ti benedico!

Quando qualcosa non ti piace, una situazione ti irrita o vivi una qualche ingiustizia, so che vorresti maledire quello che accade. Tu non farlo. Non maledire, non condannare, non opporti.

Ciò a cui ti opponi diventa più forte. Ciò che giudichi diventa la tua realtà. Ciò che odi diventa il tuo padrone.

Fai invece quello che il tuo impulso, la tua personalità, non farebbe mai: benedici.

La prossima volta che uno ti taglia la strada, invece di alzare il dito medio e augurargli un incidente, esclama "ti benedico!" La prossima volta che sentirai di perdere le staffe davanti alle dichiarazioni di un politico, esclama "ti benedico!" La prossima volta che una persona ti farà sentire a disagio o cercherà di attaccarti, afferma dentro di te "ti benedico!"

Non sarà facile, per contrastare l'impulso della rabbia e del disprezzo dovrai metterci uno sforzo enorme, una presenza assoluta, e forse ti verrà in mente di farlo quando ormai avrai reagito, imprecato, condannato. Non importa, appena te lo ricordi, esclama "ti benedico!"

All'inizio saranno solo parole, ma poi qualcosa si muoverà nel tuo essere, anche solo per il fatto stesso di aver spezzato l'automatismo su cui contano le forze oscure, quello di odiare ciò che ti fa danno e ribrezzo.

Quando benedici una situazione negativa non significa che la stai avallando o ne vorresti ancora di più. Significa invece che ti sottrai dalle frequenze che l'ostacolo vorrebbe farti vivere, quelle di paura, rabbia, sfiducia, scoramento, frustrazione, impotenza, odio. Significa che scegli di rispondere alla bruttezza non con altrettanta bruttezza, ma con la bellezza, la bellezza di chi, invece di opporsi e chiudersi, si apre e si fa scudo dell’assenza di scudi.

Quando benedici rinunci alla posizione di giudice, e anche a quella di vittima. Quando benedici rinunci alla seduzione della paura e dell'odio, e affermi la tua piena fiducia nella natura divina di ogni situazione.

Tutto questo non esclude la necessità di azioni concrete, da fare sul piano materiale, ma saranno il frutto di una consapevolezza maggiore, il frutto di un’anima che sa, e non di una personalità che reagisce.

La prossima volta che senti di voler maledire qualcosa, non assecondare questo impulso, e non cercare neanche di reprimerlo. Fai invece l'unica cosa saggia da fare: trasformalo. Prendi tutta quell'energia e convogliala al servizio di un potere più grande, il potere della benedizione. 

Se vuoi, puoi aiutarti con la seguente formula: Rinuncio a odiarti, non mi oppongo a te, non reagisco ai tuoi attacchi diretti e indiretti, non mi lascio trasformare nella creatura piena di odio, paura o frustrazione che vorresti io fossi. Alla tua prepotenza, al tuo cinismo, alla tua sete di conflitto io rispondo benedicendoti con ogni parte del mio essere. 




Prossimi eventi

P. S. Lunedì 18 dicembre 2017 ci sarà un nuovo incontro di Filosofia e Spiritualità condotto da me e Daniele Palmieri. Ci ritroviamo a Milano, presso Anima Edizioni in Corso Vercelli 56, alle ore 19:00 (ingresso gratuito). Tema della serata: Liberarsi dal Superfluo
Il superfluo è qui inteso come ingombro, eccesso, velo che nasconde e allontana da ciò che è essenziale. Lasciare che il superfluo governi la propria vita significa permettere al consumismo di oggetti, emozioni e pensieri di soffocare ciò che ha realmente valore e che, per essere visto, chiede invece presenza, attenzione, ma anche quella leggerezza e quel distacco che non derivano dalla superficialità bensì dalla capacità di vivere senza attaccamenti e bisogni compulsivi. 



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11 novembre 2017

Solo per cinque minuti (trucco antiprocrastinazione)

La sera quando arrivo a casa spesso mi sento sopraffare dalla stanchezza. Appena varco la soglia avrei solo voglia di spalmarmi sul divano davanti a Netflix. E non parliamo di tante altre situazioni dove rimando i compiti e mi metto in moto solo quando sono vicina alle scadenze... Sono bravissima a trovare ogni scusa per non fare quello che va fatto, ma proprio per questo ho collaudato un trucco per salvarmi dalla procrastinazione. Il trucco si chiama "solo per cinque minuti".

Entro in casa e mi dico "Ok, ora metto via la giacca, la borsa del lavoro e la spesa... solo per 5 minuti. Poi, dopo, farò come mi pare. In fondo, cosa sono cinque minuti?". Allora imposto il timer della cucina, quello che fa "tic tic tic..." (è più suggestivo) e comincio a fare velocemente quanto stabilito con me stessa. Incredibile ma vero, in soli cinque minuti riesco a mettere tutto a posto.

Poi vedo che ci sono i piatti nel lavandino da mettere via, e poiché nel frattempo mi è aumentata la motivazione, decido che posso sistemarli, tanto è "solo per cinque minuti".

Qualunque sia il compito scelto, lo scopo è fare tutto entro cinque minuti, rinunciando a ogni forma di perfezionismo. La mia mente si sente sempre molto sollevata quando le prometto che occuperò le mie energie solo per cinque minuti, così mi lascia fare le cose senza interferire più di tanto.

Il bello di questa tecnica è che ti mette subito a contatto con la soddisfazione di aver raggiunto un obiettivo, per quanto piccolo possa essere. È facile, allora, che dopo i primi compiti, io decida di continuare con altri perché mi sento più leggera e motivata. Così finisco con pulire la casella email, fare una lavatrice, segnare le spese della giornata, archiviare i documenti arretrati e cose del genere. Però lo decido sempre cinque minuti alla volta.

Poi, sembra incredibile, ma in cinque minuti si possono comunque fare un sacco di cose. L'ho scoperto facendolo! Il segreto è muoversi il più velocemente possibile, abbandonare ogni pretesa di perfezionismo e smettere di fare quel compito specifico appena scade il tempo, così come pattuito con noi stessi.

Vediamo meglio in quali casi usare il trucco dei cinque minuti:

1) Per fare un solo compito di cinque minuti al giorno. Serve a tirarsi fuori da una situazione di stallo e riprendere fiducia, o anche per fissare i semi di una nuova abitudine. Ricordo quando tanti anni fa mi avvicinai alla meditazione ma l'idea di starmene seduta senza far niente per mezz'ora ogni mattina mi faceva spesso procrastinare, allora mi imposi di meditare solo cinque minuti al giorno, e così mi avvicinai alla pratica senza troppe resistenze.

2) Per fare compiti più lunghi, dividendoli in sotto-compiti da cinque minuti. L'ideale è cercare sempre di differenziare i compiti in qualche modo. Per esempio, non penso che avrò bisogno di 5+5+5 minuti per sistemare l'armadio (tre compiti uguali), ma che nei primi cinque minuti sistemerò le camicie come obiettivo; poi nei secondi cinque sistemerò sciarpe e calzini; e infine negli ultimi cinque minuti il compito sarà di occuparmi dei pezzi di sotto come gonne e pantaloni (quindi in pratica tre obiettivi diversi).

 3) Per darsi l'energia per iniziare. Anche se ho bisogno di più tempo per fare una certa cosa, prometto a me stessa che mi impegnerò solo per i primi cinque minuti e che, se passati quei minuti non avrò voglia di continuare, allora smetterò. Diciamo che nove volte su dieci continuo senza problemi. So che, qualora non avessi voglia di continuare, sono pienamente autorizzata a smettere e non mi giudicherò per questo. Capita anche che con mio stupore riesca a terminare in cinque minuti certi compiti che avevo ritenuto erroneamente più impegnativi.

Il mio cervello si sente sempre rigenerato dalla sensazione di aver raggiunto un obiettivo, anche se piccolo, ecco perché in genere, quando suona il timer, avverto una sensazione di piacere e dunque la voglia di riviverla (magari facendo proprio un altro compito da cinque minuti).

Chiaramente il sistema si presta a combinazioni infinite, sta a noi adattarlo alle nostre esigenze e magari usare un pizzico di fantasia per affrontare situazioni differenti.

Camilla




P. S. Lunedì 27 novembre 2017 ci sarà un nuovo incontro di Filosofia e Spiritualità condotto da me e Daniele Palmieri. Ci ritroviamo a Milano, presso Anima Edizioni in Corso Vercelli 56, alle ore 19:00 (ingresso gratuito). In questa serata il dibattito verterà sul tema della meraviglia, una dimensione interiore preziosa e incontenibile, alla base di ogni scoperta e tensione verso l'assoluto... Ti aspettiamo!






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4 novembre 2017

Come dare consigli

Prima di dare un consiglio a qualcuno, ti invito a riflettere sui seguenti punti.

1) Chiediti qual è il tuo movente. Perché vuoi dare un consiglio a qualcuno? Per il suo bene? Perché vuoi che faccia la cosa giusta? Perché ti sentiresti più tranquillo se facesse come dici tu? Per dimostrare a te stesso e agli altri che sei più intelligente? Per controllare la situazione? Cos'altro? Dietro la tua voglia di dare consigli potrebbero esserci motivazioni più profonde di cui non sei cosciente.

2) Accetta completamente la persona che vuoi consigliare per come è, con il suo pensiero e le sue azioni. Non significa che approvi o che faresti come lei, ma che accetti che sia come vuole essere. Diversamente rischi di dare un consiglio sulla base della non accettazione, inquinandolo con il tuo bisogno di cambiare le cose.

3) Ogni consiglio è come un seme: tu puoi solo spargerlo intorno a te ma non puoi obbligare nessuno a raccoglierlo. Chi vuole lo raccoglierà, chi non vuole lo ignorerà e non potrai farci niente. Concentrati sul donare un buon seme, ma non avere alcuna pretesa o aspettativa sul fatto che venga raccolto o meno.

4) Il consiglio deve essere in funzione della persona: non deve avere a che fare tanto con te, quanto con colui o colei a cui è rivolto. Non riguarda il tuo modo di vedere le cose, i tuoi valori o cosa faresti tu al suo posto. Prima di dare un consiglio, mettiti in ascolto della persona, della sua storia, della sua visione, e poi fa' in modo che il consiglio sia adatto a lei, al suo prossimo passo, quello che le è possibile, quello che può fare a partire dal suo attuale livello di coscienza, che potrebbe non essere il tuo.

5) Chi si lamenta non sta chiedendo automaticamente un consiglio. In genere chi si lamenta non è interessato alle soluzioni, ma cerca solo di scaricare la propria frustrazione. Tuttavia, nel dubbio, quando hai a che fare con qualcuno che si lamenta in continuazione e sei tentato di consigliarlo, fagli almeno una volta questa domanda: "Mi stai chiedendo un consiglio per risolvere questa situazione?". Se la risposta della persona è no, oppure è sì ma con i fatti dimostra che è no, taglia la corda prima di essere trasformato in un raccogli-immondizia per le ansie altrui.

6) Chiediti: davvero la persona cambierà solo perché sono io a dargli un consiglio? Se la persona fosse stata pronta per accorgersi di determinate soluzioni, probabilmente lo avrebbe già fatto. Credere che ciò accadrà solo perché sei tu a fargli notare qualcosa, dando per scontato di essere magari il primo a farlo, è un atto di arroganza.

7) Non dare le risposte al posto dell'altra persona. Alcune persone potrebbero chiederti un consiglio perché non vogliono prendersi la responsabilità di fare una scelta. Si tratta in genere di persone facilmente influenzabili oppure con poca abilità di capire cosa vogliono veramente. In questi casi il miglior consiglio che puoi dare loro è spingerle a prendere una decisione in modo autonomo, senza condizionarle con le tue risposte.

8) Non dare un consiglio se non è richiesto. Un consiglio ha una minima probabilità di essere ascoltato se è richiesto, quando invece non è richiesto le probabilità rasentano lo zero. Ma che fare se senti che proprio non puoi tacere? Cerca almeno di dare un consiglio fingendo di non darlo. Potresti lasciare in giro un certo libro, lasciare acceso un certo video, pronunciare distrattamente una certa frase, ovviamente tutto "per caso". La persona non deve minimamente accorgersi che le stai suggerendo qualcosa, e se mai coglierà il suggerimento, avrà la sensazione che sia stata una sua scoperta.

9) Sei coerente con i tuoi consigli? Con le tue azioni quotidiane dimostri di essere la persona adatta a dare il consiglio che vuoi dare? Ci sono persone squattrinate che danno consigli sui soldi, persone poco socievoli che danno consigli sui rapporti, persone poco sane che danno consigli sulla salute e così via. Il primo modo di farsi ascoltare è essere coerenti con ciò che si afferma, sennò è inutile anche solo cercare di parlare.

10) Non confondere il consigliare un adulto con l'educare un bambino. Anche se ogni consiglio dovrebbe avere sempre come obiettivo quello di educare la persona, un conto è consigliare un adulto e un altro è educare un bambino. Educare è molto più che dare consigli, è prendersi la responsabilità di condurre a maturità di pensiero e azione una creatura in evoluzione; ciò richiede un impegno, una presenza e un darsi che non è richiesto nel caso di rapporti con amici, conoscenti e partner, e che quindi esula dall'intento di questo post.



Chiaramente questi appena dati sono a loro volta consigli non richiesti, ma la natura impersonale del rapporto fra me e te che leggi ci permette di restare distaccati, liberi da qualsiasi aspettativa. Lasciamo che sia il "caso" a decidere se o come spargere questi semi.

Camilla



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29 ottobre 2017

Quello che ti è successo

"L’esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade". (Aldous Leonard Huxley)

Le esperienze segnano, questo è fuori di dubbio. Ma in che modo lasciano una traccia dentro di te? In che modo determinano quello che sei e che sarai? La risposta a queste domande dipende da te, da come "usi" quello che ti è accaduto.

Un veleno può intossicare; lo stesso veleno può essere usato per elaborare un antidoto. Un ostacolo può farti desistere dal proseguire sulla strada scelta, o spingerti a diventare qualcosa di più grande e superarlo.

A. Jodorowsky afferma che il trauma non è la causa di un comportamento disfunzionale, ma è solo una leva che permette a quello stesso comportamento di manifestarsi liberamente laddove prima era latente. Ovviamente non vuole sminuire il ruolo delle difficoltà e dell'ambiente, ma evidenziare come a volte credi di essere determinato da quello che ti è successo, mentre sei tu a usare quello che ti è successo per poter manifestare quello che ti porti dentro.

In questo modo giustifichi a te stesso l'avere paura, il sentirti vittima, l'aver scelto strade oscure, lontano dall'anima. Ti dici che hai buttato la spugna, che hai delle difficoltà, perché hai avuto un trauma o sei stato ostacolato. Ti senti vittima del passato, ma sei tu che stai usando il passato per perpetrare la tua condizione di impotenza.

La configurazione che ti porti dentro può essere rilasciata in ogni momento, a patto però di rilasciare il passato, i suoi ostacoli, le decisioni e i patti presi allora.

È tempo che smetti di rinunciare a te stesso e alla tua vita in nome di un passato che non c'è più. Quello che ti è successo può essere stato molto difficile e doloroso, tuttavia puoi usarlo in modo diverso – come un antidoto invece che come un veleno – se solo ti permetti di essere diverso tu.





Camilla


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26 ottobre 2017

Speranza

Speranza è una di quelle parole che, a seconda di come la si intende, può liberare o incatenare.

Se hai speranza nel destino e nel tuo percorso significa che avanzi con un senso di fiducia e positività. Significa che ti mantieni focalizzato su quanto di bello può accadere, invece che sul brutto che è già accaduto. Qualunque prova ti ritrovi ad affrontare, senti che puoi superarla. La speranza ti dona la forza e la gioia anche in tempi oscuri. Questa è una speranza che libera. Libera dalla paura. Dal cinismo. Dal prendersi troppo sul serio. Dalle visioni ristrette.  

C'è poi la speranza che qualcuno venga a salvarti o qualcosa giunga d'improvviso e ti tiri fuori dai guai. Questo tipo di speranza spesso appoggia sulla credenza intrinseca che non puoi contare su te stesso per migliorare le tue condizioni (sennò ti saresti già dato da fare). Inesorabilmente entri in una specie di letargo, dove ogni giorno rimane uguale a se stesso, mentre attendi che un qualche avvenimento esterno possa cambiare ogni cosa.

Si tratta di una speranza che non libera, ma incatena. Ti incatena a credere che le cose cambiano d'improvviso, magari per un colpo di fortuna, e non quando cambi tu, con pazienza e impegno. Ritieni allora che non sei tu a dovere muovere i fili del tuo gioco. Non ti prendi il rischio di emergere, né la responsabilità di opporti a chi o cosa vuole trattenerti in una linea di vita che ti sta stretta. Non fai accadere niente. Speri e basta.



Se ti libera, non perdere la speranza, mai.
Se ti incatena, non contare sulla speranza, mai.

Camilla


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18 ottobre 2017

Cosa significa Spiritualità?

Possiamo definire la spiritualità in tanti modi. A seconda dei punti di vista, spiritualità è instaurare un rapporto con la propria anima; avvertire che c'è qualcosa di più oltre quello che appare; accorgersi che esiste una mente universale che interagisce con noi; imparare a co-creare la realtà a partire dalle proprie emozioni e pensieri; sviluppare il senso della fiducia e dell'arrendevolezza al divino; e tanto, tanto altro.

Qualcuno scambia il sentire spirituale come una maniera per isolarsi dal mondo, quando in realtà esso invita ad affrontare i propri doveri quotidiani e a essere "pratici", operativi, ossia capaci di intervenire e avere cura là dove ve ne è bisogno. Per crescere verso il cielo bisogna avere radici profonde.

Se per fare la tua seduta di meditazione ti dimentichi di andare a prendere tuo figlio a scuola, o dici alla tua amica alla quale hanno appena rubato la borsa "rifletti su quale parte di te ha creato questo evento", non è perché sei su un percorso spirituale, è perché sei su un percorso che non porta da nessuna parte (lo dico senza giudizio, ma per indurre amorevolmente una riflessione).

Una delle definizioni che preferisco di "spiritualità" è: assecondare i valori dell'anima, ossia i valori dell'etica. Per dirla in altre parole: mettere i rapporti umani al primo posto.

L'anima ha sempre un'ottica omnicomprensiva, globale, altruista. Quando ti rapporti sempre di più con la tua anima è inevitabile sviluppare un senso dell'etica e una compassione più profondi. Allora nelle scelte che fai, nei comportamenti che adotti, cominci a chiederti se a beneficiarne sarai solo tu o anche altre persone intorno a te.

Intendere la spiritualità come il mettere i rapporti umani al primo posto implica che anche chi non ha idea di cosa sia l'anima, o magari è pure ateo, può trovarsi su un percorso spirituale... Interessante, non trovi? Per ora voglio lasciarti con questa riflessione.




Prima di salutarti, ci tengo a informarti che abbiamo parlato anche di questo proprio lo scorso lunedì durante il primo incontro di Filosofia e Spiritualità condotto da me e Daniele Palmieri.

Il prossimo incontro è previsto per lunedì 23 ottobre 2017 alle 19:00 (sempre a Milano presso Anima Edizioni in Corso Vercelli 56) dove ci focalizzeremo sul tema del dominio di sé tra responsabilità, azione e karma. Ci ritroveremo poi per un incontro a novembre e uno a dicembre, per proseguire nel 2018.

Puoi continuare a seguirmi su questo blog o se ti va anche dal vivo durante gli incontri gratuiti di Filosofia e Spiritualità.

A Dio, sempre e comunque.

Camilla








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12 ottobre 2017

La risposta è nel mettersi alla prova

Per un lungo periodo durato diversi mesi non ho scritto su questo blog. Certo, ho avuto prima un trasloco di casa, poi uno dell'ufficio, e poi una estate faticosa. Ma le ragioni sono state altre. Mi sono fermata perché sono entrata in crisi nei confronti della scrittura.

Sono sempre stata dotata a livello artistico, almeno un po', in più campi, ma non mi sono mai veramente impegnata in nessuno di loro. Da una parte per la mia mancanza di disciplina, dall'altra per una serie di ostacoli che evidentemente dovevano far parte del mio cammino.

Oltre che per la scrittura, sono portata principalmente per le arti visive. Sono in grado di disegnare qualunque cosa, dai fumetti ai ritratti. Quando ero bambina, scarabocchiavo su qualunque superficie mi capitasse sotto mano e con qualunque mezzo. Le figure a cui davo vita mi proiettavano in un mondo che mi teneva al sicuro, anche e soprattutto quando tutto intorno a me crollava. Tuttavia, alla fine, mi sono lasciata convincere dalle persone a me vicino che quella era un'attività da "perditempo", e che io di talento non ne avevo.

Negli ultimi anni questa mia dote trascurata ha cominciato sempre di più a disturbarmi, nel senso che ogni volta che volevo studiare, lavorare o scrivere qualcosa, mi assaliva improvvisa la voglia di disegnare, interrompendo la mia concentrazione.

Un giorno, infine, io e il mio talento del disegno abbiamo avuto un confronto diretto.

Lui: "Perché dedichi il tuo tempo libero allo scrivere e metti da parte proprio me?"
Io: "Perché devo fare una scelta, non posso fare tutto!"
Lui: "Non è vero, ti sei lasciata convincere a rinunciare a me!"
Io: "Quello è stato tanti anni fa, ora sono io a scegliere...".
Lui: "Allora scegli me!"
Io: "Ma con te ho perso dimestichezza, con le parole invece ho un rapporto che perdura da anni".
Lui: "Con me tu sei nata, non hai dovuto apprendermi! Con me tu sei autentica! Con le parole sei stata costretta a costruire un percorso che non c'era. Non hai neanche parlato prima dei tre anni. Non sei riuscita a raccogliere le idee, ad avere un pensiero lucido, a scrivere senza perderti per moltissimo tempo. Sei stata costretta a occuparti delle parole per necessità, ma il tuo cuore è sempre stato con me".

So quanto sia importante compiere una scelta, lasciar andare qualcosa per portare avanti qualcos'altro, ma cosa accade a quello a cui rinunci? Ti lascia davvero in pace il fatto di averlo abbandonato?

A questo punto ho sentito la necessità di dare attenzione al mio talento dimenticato, di chiarirmi con lui, o credo che avrebbe continuato a boicottarmi all'infinito. Non volevo più trattenere dentro di me la sensazione o il dubbio di aver rinunciato a lui per paura, per debolezza, o peggio perché avevo accettato il ruolo di vittima delle circostanze.

Ho dunque messo da parte la scrittura e mi sono dedicata per un po' alle arti visive, esplorando anche il digitale. Finché ho capito. Finalmente abbiamo capito, io e il mio talento dimenticato. Abbiamo capito che il senso delle cose può cambiare e che, anche quando si rinuncia a un percorso, si cresce comunque su un altro.

Nel tornare a disegnare mi sono sentita all'inizio in difficoltà, poi libera, poi in pace. In pace con le mani macchiate di colore, con i fogli sparsi per terra, con la parte di me che sognava di restare in silenzio e comunicare con il mondo solo attraverso i chiaroscuri della ricerca della felicità, lontano dal fraintendimento delle parole.

Disegnare, per me, è soprattutto un atto egoistico, di puro piacere. Quando disegno io non dono nulla, ma prendo e voglio prendere. Quando scrivo, invece, sento che riesco a donare una parte di me, che in qualche modo costruisco ponti con chi mi legge. Se non fossi tornata a disegnare, non l'avrei capito.

Oggi sono pronta a scegliere la scrittura perché è il percorso sul quale più di ogni altro riesco a donarmi e paradossalmente a ricevere senza prendere. Il disegno, ma anche la musica e altri talenti minori, rimangono comunque parte della mia vita e nel possibile mi farò sempre ispirare da loro per abbellire ogni passo, però accadrà in pace, senza conflitto, senza competizione o pretesa di perfezione, per come sarà possibile. Questo volta non rinuncio, ma scelgo.

La morale di tutta questa storia è semplice: i dubbi non vanno tenuti nella mente, i ragionamenti non vanno pensati a oltranza, le carenze e le paure non vanno alimentate con l'immobilità. Bisogna passare invece ai fatti. La risposta è nel mettersi alla prova, è nel dare una forma materiale alle proprie sfide e ai propri desideri, perché è l'unico modo per conoscerli veramente. Allora la scelta più opportuna – più opportuna per l'anima – semplicemente diverrà chiara.

Il rischio, sennò, è che i desideri inappagati sembrino più grandi di quello che in realtà sarebbero stati se vissuti concretamente; che ciò che hai lasciato nel passato sembri più importante di quello che ti aspetta nel presente; e che una scelta perda di efficacia solo perché la osservi con gli occhi della rinuncia invece che attraverso la consapevolezza che possiedi nell'oggi.

Camilla




Se ti fa piacere vieni a trovare me e il filosofo Daniele Palmieri, autore del saggio Autarchia Spirituale, durante gli incontri di gruppo che terremo gratuitamente presso Anima Edizioni (in Corso Vercelli, 56) il 16 e 23 ottobre 2017 alle ore 19:00. Discuteremo insieme su tematiche inerenti la filosofia e la spiritualità. Maggiori info cliccando sulle locandine qui sotto.






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8 ottobre 2017

Oggi non mi va

Qualcuno mi ha chiesto come si fa a essere motivati, ad avere passione e disciplina per portare avanti i propri progetti. “Vorrei tanto, ma alla fine mollo”. “Anche se lo desidero, non riesco a cambiare”. “Mi stanco subito”. “Ritorno sempre alle vecchie abitudini, è più forte di me”.

Vorrei portare la tua attenzione proprio ai momenti di stanchezza, quelli in cui non hai voglia di fare niente, in cui la motivazione è totalmente assente o magari ti senti uno schifo, quelli che “non ce la faccio, oggi non mi va”. Sappi, innanzitutto, che questi momenti ci saranno sempre.

Se aspetti di sentirti in forma e motivato per portare avanti i tuoi progetti, piccoli o grandi che siano, allora i tuoi progetti moriranno prima ancora di essere nati. Se aspetti di sentirti eccitato e vibrante all’idea di alzarti presto al mattino e andare a correre, studiare per ore un certo argomento o seguire quella certa dieta, non cambierai mai il corso dei tuoi passi. Perché? Perché la motivazione e la passione non arrivano prima del tuo impegno, arrivano dopo.

Certo, capiterà che alcuni giorni ti sentirai carico e desideroso di impegnarti, e partirai in quarta con i nuovi propositi, ma tanti altri ti accoglieranno nella fatica, nella resistenza, nel “chi me lo fa fare?”. Non dipende dal fatto che in te c'è qualcosa che non va. Dipende dal fatto che le strade senza ostacoli non portano da nessuna parte. 

Se credi che puoi trasformarti solo grazie ai momenti in cui ti senti motivato, significa che credi di poter ottenere qualcosa senza pagarne il giusto prezzo, e il giusto prezzo è fare le cose perché hai un obiettivo a lungo termine a cui tieni davvero, e non perché quel giorno hai voglia di farle.

Non cercare i giorni in cui ti senti motivato, quelli in cui ti alzi felice e riposato, quelli in cui hai la volontà di agire, perché cercherai inutilmente. Cerca invece di fare le tue azioni indipendentemente da come ti senti. Falle, falle male, falle imperfettamente, falle nel nervosismo, falle controvoglia, falle per come puoi... però falle.

La chiave risiede nell'essere disposti a sentire il dolore della noia, della fatica, della mancanza di volontà, dei dubbi, dell'assenza di passione, e nonostante questo agire.

Se accetti di impegnarti anche quando la tua energia è scadente, anche quando la tua mente desidera altro e il tuo corpo non collabora, allora prima o poi, quando meno te lo aspetterai, ti troverai ad aver fatto passi in avanti. Guardando alla strada percorsa, sentirai finalmente quella motivazione che tanto cercavi e, paradossalmente, smetterai anche di chiederti come si trova la motivazione per fare le cose; le farai e basta.

Camilla



(“Fra un anno a partire da adesso vorrai aver iniziato oggi.”)



P.S. Con piacere informo gli amici che la sottoscritta e il filosofo Daniele Palmieri, autore del saggio Autarchia Spirituale, saremo a Milano per degli incontro di gruppo gratuiti presso Anima Edizioni (in Corso Vercelli, 56) il 16 e 23 ottobre 2017 alle ore 19:00 (seguiranno altre date durante l'anno). Discuteremo insieme su tematiche inerenti la filosofia e la spiritualità. 
Maggiori info cliccando sulle locandine qui sotto.






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Autarchia Spirituale Autarchia Spirituale
Un richiamo all’azione
per rivoluzionare la propria vita
Daniele Palmieri

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Il denaro al servizio dell’umanità
Salvatore Brizzi

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20 marzo 2017

Ostacoli e desideri

Ci sono sempre delle motivazioni per rinunciare a un talento, a un dono, a una via cui aspiri. Ci sono degli ostacoli, e a volte sono davvero grandi. In famiglia ti boicottano, l’ambiente di lavoro ti è ostile, hai dei limiti fisici, o chissà cos'altro.

Puoi dirti che non hai scelta, che le alternative non esistono. Oppure puoi guardarti dentro con onestà e riconoscere che una parte di te non sta lottando abbastanza o nel modo giusto. Quando ti fai fermare dagli ostacoli là fuori è perché a un qualche livello, in qualche modo, ti sei fatto fermare dai tuoi ostacoli interni.

Ogni volta che sono stata risoluta e determinata, senza permettere a me stessa di concepire alternative a ciò che desideravo, l'universo si è piegato al mio intento, oppure mi ha mostrato una strada migliore, ma non mi ha mai abbandonato; ha avuto considerazione per i miei desideri perché ero io la prima ad averne.

Se vuoi ottenere ciò che desideri, devi volerlo davvero, non a parole ma con i fatti, il che significa che accetti di batterti con gli ostacoli.

Forse pensi che la strada della felicità sia con tutte le porte aperte, dove tutto fila liscio, ma le strade senza barriere sono quelle che non ti portano da nessuna parte (se scegli di buttare via la tua vita, non troverai nessuno a fermarti).

Fai attenzione, la strada della felicità non è quella senza ostacoli, ma è quella dove segui i tuoi desideri. Pertanto hai due scelte: affrontare gli ostacoli e i rischi che ti troverai davanti, oppure rinunciare e percorrere viuzze più facili, che ti condurranno altrove.

Se rinunci ad affrontare gli ostacoli, se rinunci a batterti per ciò che desideri, è perché non lo vuoi veramente... o perché il tuo spirito è privo di forza.

Acquisisci forza nello spirito se hai una visione nel cuore e non sei disposto a rinunciare a essa per nessun motivo. Allora cadi ma ti rialzi. Allora ti imbatti nella nebbia ma continui a fare il tuo passo in avanti perché hai fiducia nelle infinite vie che si intrecciano lungo il percorso.

Non dico che sia facile, sennò non staremmo qui a parlarne, tu avresti già tutto quello che desideri e lo avrebbero tutti quanti. Se sei disposto a scalare la montagna che hai davanti, tuttavia, hai la possibilità di raggiungere i tuoi desideri. La domanda è: lo vuoi davvero? È ciò che corrisponde alla tua visione? Ti batterai per realizzarla? Perseverai ogni giorno? Sfiderai le rocce, le frane e i venti contrari pur di arrivare in cima?

"La montagna che hai davanti non è una prova, è veramente una missione".
(Morya)








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5 marzo 2017

Ciò che ti rende felice arriva da solo

C'è stato un momento, qualche giorno fa, che non mi sentivo molto bene, non riuscivo a dare un senso alla giornata, tutto mi sembrava inutile. Non è da me, ho sempre così tante cose da fare e idee da esplorare, quindi mi sono trovata un po' spaesata. Ho cominciato a passeggiare in mezzo alla gente, ma ero sola. Se qualcuno mi avesse chiesto "Ora cosa vuoi?" avrei risposto "Non ne ho idea, avverto solamente un grande senso di vuoto".

A un certo punto mi sono ritrovata davanti all'ingresso di una cartolibreria del centro. Non l'avevo mai vista. Decido di entrare e mi metto a esplorare fra quaderni, colori e accessori vari. Ed ecco, mi sono sentita felice e leggera in mezzo a quei fogli e a quelle penne, stupendomi di non conoscermi affatto.

Mi ricordo di tutti i momenti di felicità e delle occasioni speciali incontrate nel passato: non le avevo mai preventivate, ma erano sempre state generate dall'imprevisto, dalla sorpresa.

Usare l'energia della mente è una gran cosa, ma la mente non è tutto, programmare e organizzare non è tutto, avere disciplina non significa rinunciare all'ignoto, alla magia, al cambiar strada da un momento all'altro.

Devi stare attenta a non dare al pensiero più potere di quanto non ne abbia già - mi sono detta. Il pensiero ti serve a organizzare la rotta e a focalizzare le energie, e in questo è davvero prezioso, perché se non ti dai una direzione non puoi arrivare da nessuna parte.

Ciò che ti rende felice, tuttavia, non è il raggiungimento di una "idea" o di quello che "credi" ti serva per stare bene, bensì è il frutto di una scoperta, la scoperta di te... che non può mai essere fatta a parole o con i ragionamenti e neanche fantasticando, ma solo entrando in contatto con le esperienze.

Le esperienze arrivano nei modi e nei tempi che non immagini, possono riguardare qualunque cosa, situazione, persona. Possono accadere in un qualunque tempo e avere una qualunque forma. Le esperienze sono tutto quello che non sai, che non puoi prevedere.

Ciò che ti rende felice arriva da solo, non può essere cercato né programmato, ma si nasconde dentro le esperienze di cui ancora non sai nulla, perché non c'è nulla da sapere. Certo, se hai dei problemi o degli ostacoli da superare, hai anche il desiderio di andare oltre, così come se hai dei sogni hai il desiderio di raggiungerli. Ma la felicità è un'altra cosa, è quello che emerge mentre fai la scoperta di te quando contatti la vita.

La prossima volta che ti senti un po' giù o con un senso di vuoto addosso, non chiederti il perché, piuttosto esci, fai una passeggiata, visita un luogo nuovo o fai qualcosa di diverso, che non hai mai fatto prima. Forse una parte di te è stanca di vivere una giornata che sa già come andrà a finire, è stanca di vivere dentro i confini della tua mente che ha già le sue idee e le sue opinioni.

Forse una parte di te vuole solo essere felice invece di chiedersi come esserlo. La felicità non va pensata o immaginata, ma incontrata là fuori.






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26 febbraio 2017

Avere ragione è una fregatura

Chi non prova piacere nell'avere ragione? Avere ragione ti fa sentire dalla parte del giusto, ti fa sentire brillante, intelligente, ma anche nel diritto di criticare gli altri.

Magari qualcuno ha mancato nei tuoi confronti, quindi hai ragione. Qualcuno ha perso con te una scommessa, quindi hai ragione. Hai fatto delle previsioni e si sono avverate, quindi hai ragione. Un tuo collega si è rivelato poco affidabile, quindi hai ragione. Hai ottenuto successo su una certa situazione, quindi hai ragione. Sono tanti, tantissimi i modi per avere ragione.

Se tu hai ragione, non sei tu quello che deve cambiare. Avere ragione ti autorizza a non metterti in discussione, a non guardare te stesso, le tue scelte, la tua mentalità, mentre ti fa sentire a posto con te stesso se metti in discussione il resto del mondo.

Ripenso alle volte in cui ho sentito di avere ragione e come questo mi abbia fatto rimanere attaccata a degli atteggiamenti disfunzionali. Poiché "avevo ragione", infatti, potevo continuare a fare la vittima, a non mettermi in gioco, a pretendere in qualche modo che fossero gli altri là fuori a cambiare. Altre volte avere ragione mi ha impedito di aprirmi con le persone che avevo davanti, di aprirmi alla situazione e tirare fuori il meglio di me con tutta la forza e l'accoglienza possibile.

Se avere ragione da una parte ti fa sentire nel diritto di fare la vittima, in altre situazioni ti fa sentire nel diritto di puntare il dito o di salire su un piedistallo dove raffreddi il tuo cuore. E in ogni caso avere ragione ti trattiene in quello che sai già, chiude la tua visione.

Sai una cosa? Avere ragione è una fregatura... È molto meglio avere torto, sbagliare, stare sotto il piedistallo.

Quando hai torto, e sai di avere torto, diventi più ricettivo, più tollerante, più disposto ad accogliere, a impegnarti, a fare quello che va fatto.

Quando hai torto sei libero di imparare, di lasciar andare quello che sei stato fino a quel momento, di rimettere tutto in discussione. Quando hai torto, quando hai il coraggio di aver torto, tutte le vie diventano possibili.

Ecco, la prossima volta che ti scoprirai ad avere torto, ricorda di festeggiare, perché significa che ti troverai nella possibilità di ampliare i tuoi confini.








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