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30 marzo 2016

Controllo: tra paura, potere e amore.

Controllo... Che parola dalle molteplici sfaccettature! Vediamone alcune.

La modalità della paura

Sviluppiamo un'eccessiva attitudine al controllo quando non ci fidiamo, ci aspettiamo il peggio, o abbiamo paura che senza la nostra supervisione tutto andrà a catafascio. Nel mondo in cui viviamo, il caos è il dio che consideriamo superiore a tutti gli altri, dobbiamo quindi stare attenti ai suoi colpi improvvisi!

Non ci fidiamo mai di come si presentano le giornate, le persone, noi stessi. In funzione di questo, possiamo diventare anche molto bravi a leggere le intenzioni delle persone, perché "prevenire" qualunque sviluppo diventa una questione di sopravvivenza. Solo che poi la vita scorre e noi restiamo indietro a controllare i dettagli, ad aspettare di muoverci prima che sia tutto sicuro, ad attendere il segnale di "via libera" che non arriverà mai perché, in questa visione, la via non sarà mai veramente libera...

La modalità del potere

C'è anche chi, al controllo, associa il gusto del potere, il comandare gli altri, l'essere condottieri di imperi in espansione. In questa modalità, il controllo ci piace assai: non temiamo di confrontarci con gli imprevisti, anzi li affrontiamo senza esitazione, perché vogliamo andare sempre più in là, diventare sempre di più.

Questa attitudine ci rende individui che sanno sempre cosa fare per ottenere successi crescenti. È come se fossimo già nati con la camicia, e ci incastriamo bene con le logiche del mondo apparente.

Se, tuttavia, a un certo punto la nostra audacia non porta più i risultati che ci attendiamo, il rischio è che precipitiamo vorticosamente nel baratro dell'insoddisfazione e del sentirci senza potere, il che può rodere dentro fino a compromettere anche la salute.

La modalità dell'amore

C'è poi un altro tipo di controllo, il mio preferito, a cui ambisco da sempre. È quello che spinge a creare equilibri, a costruire strutture armoniche, ad alimentare ogni giorno quel che deve crescere, facendolo con la semplicità dell'esserci. In questa modalità non temiamo la vita né cerchiamo di comandarla, ma semplicemente percorriamo le sue strade con amorevole presenza.

È il controllo del fare progetti rispettando tempi interiori e stagioni opportune, così come fa un giardiniere quando progetta la semina e la crescita delle sue piante, e poi le "controlla", cioè si occupa saggiamente di loro.

Tutto questo è possibile quando siamo nell'amore di noi stessi e abbiamo fiducia nell'esistenza. Insomma, tagliamo corto con le paure, con i giri a vuoto, e andiamo oltre. Semplicemente ci immergiamo nel flusso della nostra direzione, ci prendiamo cura di lei... e lei si prende cura di noi.

E tu, in quale tipo di controllo ti riconosci?



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27 marzo 2016

Il mondo dei sogni

Sono sempre stata affascinata dal mondo dei sogni. Sognare è un modo per avvicinarsi a quei contenuti che spesso sono occultati alla nostra consapevolezza. Il sogno, infatti, è un mediatore: porta in vita gli elementi del profondo attraverso una veste simbolica affinché lo "stato di veglia" possa accorgersi di loro.

C'è stato un periodo in cui, lavorando sulla mia personalità per cercare nuovi coraggi, facevo sogni incentrati sulla violenza e sulla distruzione, ma terminavano con elementi salvifici. Il mio "io" voleva mettermi a contatto con la natura di quelle insicurezze e con il senso di devastazione che avevo provato un tempo lontano, quasi dimenticato, e allo stesso tempo me ne indicava il superamento. Dunque, avendo scelto di affrontare quel passato sofferto, la mia coscienza si era aperta al simbolismo onirico, per rivivere, elaborare, risolvere quel vissuto.

Altre volte ho attraversato periodi di intensi cambiamenti di visione, allora ho sognato cantieri in corso, palazzi in costruzione con tante stanze segrete, o tempeste che passavano e portavano via case vecchie, preparando il terreno per i nuovi quartieri che sarebbero nati.

Non di rado, ho sognato poi di altre civiltà ed esseri alieni, luoghi misteriosi e bellissimi dove mi venivano impartite lezioni speciali su nuove tecnologie che ancora dovevano essere create. Questo tipo di sogni accompagna le fasi in cui mi sento sola ma anche molto battagliera, cioè quando prendo in mano il cambiamento e allo stesso tempo so che nessuno può veramente aiutarmi eccetto me stessa. Poi accade che, quando meno me lo aspetto, arrivano gli aiuti e i doni; eccome se arrivano. Siamo qui per creare senza avere la paura del nuovo e del diverso che alberga in noi e negli altri. Ogni solitudine, se veramente accettata, è terreno fertile per nuove, sorprendenti "invenzioni" dell'anima.

Interpretare i sogni non è semplice, bisogna allenarsi a usare l'intuito. Non si possono trattare, infatti, come se fossero domande a cui rispondere o problemi matematici da risolvere. Ogni esperienza onirica è intrisa di strati di simbolismo, di multi-dimensioni che hanno vita propria, di chiavi che aprono porte o nascondono a loro volta altre chiavi... Le risposte possibili, cioè, sono trasversali e infinite.

I sogni vanno accolti, lasciati agire in noi. Allora potranno aiutarci a mettere a fuoco le nostre priorità, le nostre visioni autentiche. Ma ci lasceranno sempre con qualcosa di indefinito, di incompiuto, ed è bene che sia così, perché il compito dei sogni non è darci certezze, ma spingerci ad ampliare la nostra capacità di farci domande, e quindi accorgerci di altre nostre dimensioni che pensavamo di non avere. Un po' come accade con i miti, che spesso ci rivelano nuove realtà interiori, nuovi aspetti di noi stessi, ma nel farlo ci lasciano con un senso di mistero e di incompiuto ancora più vasto.

Appena sveglio, se hai fatto un sogno, prendine subito nota, per non rischiare di dimenticarlo. Scrivere, inoltre, non solo ti permette di annotare i dettagli della tua esperienza onirica, ma di innescare un primo processo di rielaborazione: nel momento in cui scegli le parole per descrivere ciò che ricordi, stai facendo le tue prime associazioni interiori.

Non sottovalutare la potenza e il messaggio di quello che sogni: è uno scorcio diretto all'interno della tua mente sommersa, può ispirarti soluzioni e accelerare in positivo qualunque processo in corso. Per mettere a fuoco il senso del tuo sogno, potresti aiutarti con le seguenti domande.

Quali parti di me si mostrano in questo sogno?
C'è un ruolo o un archetipo che mi riguarda e che sto mettendo in scena?
Quali emozioni e sensazioni emergono?
Ci sono altre idee e associazioni che potrei fare?

Interrogati pure sul sogno, ma senza pretesa di "inquadrarlo", di avere una risposta immediata, di arrivare a una conclusione. Ricorda: il sogno è una rappresentazione simbolica, e il simbolo non va capito, va ricevuto.

Usa le domande per stimolare domande ancora più grandi – non temere di scavare, di fantasticare, di aprire porte nascoste – e poi lascia che si depositino in te con tutti i loro punti interrogativi. Nei giorni successivi, o quando sarà il momento opportuno, potresti ricevere delle intuizioni.




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24 marzo 2016

Le voci nella testa

Buongiorno!

Oggi mi sono svegliata con una voce nella testa che mi suggeriva di fare un post su... le voci nella testa... eh eh!

Di quali "voci" parlo? Non mi riferisco a certe patologie psichiatriche, ma a tutti quei pensieri e idee che si affollano in genere nella nostra mente, e che pensiamo essere "nostri".

Semplificando al massimo, le persone si distribuiscono nelle seguenti categorie: 
- Coloro che sono regolarmente "identificati" con i pensieri e i processi della mente;
- Coloro che hanno cominciato ad accorgersi che queste voci hanno vita propria e non sono il loro vero "io";
- Coloro che non si identificano più con nessuna delle fluttuazioni mentali perché il loro io è centrato stabilmente nell'anima.

Il primo caso non ci riguarda. Una persona della prima categoria non riuscirebbe neanche a leggere questo blog senza trovarlo irritante o profano; a meno che non se la racconti in modo particolare. Il secondo caso è dove piazzo me stessa e la maggior parte dei miei lettori. Ma anche dove crede di piazzarsi un po' di gente che conosco e che, in realtà, naviga ancora nella prima categoria. E il terzo caso non ci riguarda altrettanto; quelli di questa sezione, intendiamoci, sono o alieni (buoni) o santi. 

Non tutte le voci sono frutto di una mente che va per i fatti suoi. Le intuizioni, per esempio, sono un tipo di voce interiore che è bene accogliere il più possibile; esse, infatti, derivano dalla "mente superiore", quella che è al di là dei giochi della personalità.

Altre voci, invece, sono originate dalla "mente inferiore", che ragiona per schemi e cerca di avere il controllo razionale di ogni cosa. Attenzione, la mente inferiore è molto furba, e potrebbe far passare per intuizione qualcosa che deriva da ragionamenti, desideri dell'ego o associazioni mentali inconsce. 

Va detto che le intuizioni sono in genere immediate, accompagnate da un senso di leggerezza e liberazione, e non si impongono mai alla coscienza di chi le riceve. Le voci della mente, invece, sembrano quasi un disco rotto a oltranza, in quanto si ripresentano spesso con gli stessi argomenti, e si fanno più intense e pressanti in situazioni di dubbio e paura.

C'è un gruppo di voci interiori specializzato nel sabotaggio e delle quali voglio parlarvi oggi.

Queste voci si attivano quando fate nuovi progetti, quando rispolverate gli antichi sogni mai dimenticati, o semplicemente quando siete pronti per fare un passo avanti.

Se avessero suono, più o meno direbbero:
- Non puoi farlo perché perderesti l'appoggio di chi ti vuole bene!
- Lascia stare, non ne sei capace!
- Ma cosa vai a pensare, levati quei grilli dalla testa!
- È meglio che resti con i piedi per terra!
- Come pensi di farcela da solo?
- Solo i raccomandati hanno successo, e tu non sei fra questi!
- Non si lascia il certo per l'incerto!
- Non stancarti con questi dubbi, vai a distrarti su Facebook!
... Continuo?

Quando le "voci" dicono che non puoi fare qualcosa, in genere è perché temono che tu lo faccia!

Sia chiaro, se abbiamo un allarme interiore, questo non va ignorato, bisogna capire bene da dove proviene! Nessuno mi scriva: "Sentivo di non farlo, ma tu mi hai detto di ignorare i segnali e così ho creato un danno!". Ecco, non vi sto dicendo di ignorare gli avvertimenti e il buon senso, vi sto dicendo di non ubbidire a quelle voci installate nel cervello e che persistono nel dirvi che non siete all'altezza della vostra aspirazione. Mi auguro che possiate cogliere la differenza!

Ogni volta che una vocina sabotante mi consegna la sua opinione non richiesta sul perché dovrei tirarmi indietro da un sogno o da un progetto a cui tengo, porto l'attenzione consapevole al processo, poi mi rilasso e cerco di collegarmi con la mia parte intuitiva. La risposta allora arriva leggera e veloce: "Fai quello che temi di fare".

E, quando lo faccio, le voci sabotanti muoiono.






21 marzo 2016

Ricordati di chiedere!

Se vuoi ricevere, devi chiedere. Niente ti viene dato a caso.

Si chiede non solo con le parole, ma attraverso le proprie azioni nel quotidiano. Per esempio, quando ti impegni per un obiettivo, stai chiedendo di raggiungerlo. Quando fai attenzione alla tua dieta e pratichi sport, stai chiedendo una maggior salute. Quando ti allontani dalle persone che ti fanno sentire male e scegli di aprirti ad amicizie più luminose, stai chiedendo rapporti armoniosi.

Chiedere è efficace quando hai ben chiaro cosa vuoi e agisci di conseguenza. In questo modo il tuo intento è sempre più focalizzato, non disperso, quindi è efficace nell'attirare a sé il risultato.

È fondamentale, inoltre, sentire che meriti di ricevere. Diversamente, puoi anche affermare che desideri qualcosa, ma alcune parti di te si opporranno, attivando ostacoli di ogni tipo. Se non sei certo di meritare quello che chiedi, se pensi di non esserne all'altezza, diventerai il primo sabotatore di te stesso.

Molto utili sono anche preghiere e affermazioni, soprattutto quando aiutano a sviluppare un senso di fiducia e di connessione. Il modo migliore di chiedere, infatti, è farlo senza aspettativa, confidando che ti sarà dato ciò che desideri, nei tempi e nei modi opportuni. Si tratta di un processo che coniuga allo stesso tempo volontà e fede, attività e lasciar andare il controllo.

Riprendendo il discorso sulla lamentela (vedi post precedente), va detto che chiedere e lamentarsi hanno due energie diametralmente opposte.

Se ti lamenti, sei sempre più nel vittimismo. Se chiedi con intento e fiducia, invece, risvegli il creatore che è in te e ti predisponi per le migliori possibilità del tuo destino.

Un esercizio-gioco

Ti propongo un gioco che faccio spesso: ogni volta che stai per dare forma a una lamentela, fermati e trasformala subito in una richiesta.

Esempio: "Mi sento molto stanco, sicuramente mi arriverà l'influenza!". Se hai un pensiero del genere, non lasciare che diventi lamentela automatica, ma cambia le tue parole: "Chiedo all'universo di farmi sentire in forma il prima possibile, grazie!".

"Che conto salato! Non ho mai abbastanza soldi!" si trasformerà in "Chiedo al mio sé superiore di aiutarmi a pagare tutti i debiti con tranquillità, grazie!"

"Il mio partner non si preoccupa di me, è un disgraziato!" diventerà "Chiedo alla vita di farmi avere gioia e appagamento nei rapporti d'amore, grazie!".

In quest'ultimo caso, non devi esigere che il tuo eventuale partner cambi, perché non abbiamo il diritto di pretendere che le persone siano diverse da quello che sono, ma possiamo chiedere per noi stessi di spostarci su una realtà migliore. Focalizzati pure su come desideri sia la tua vita, ma lascia i dettagli del processo a Dio, al sé superiore, all'universo... (scegli tu il nome che preferisci.)

Hai notato che alla fine di ogni frase ho messo la parola "grazie"? La gratitudine connette con la frequenza dell'abbondanza, quindi usala a più non posso, anche e soprattutto quando chiedi!






18 marzo 2016

Il programma "lamentela"

L'altro giorno sono uscita dal parrucchiere poco contenta del taglio dei capelli. Non era la prima volta che il ragazzo sbagliava a farmi il taglio, allora ho chiamato un'amica e mi sono lamentata. E lei, giustamente, mi ha detto: cambialo!

Certo che a volte le cose più ovvie sono quelle a cui pensiamo per ultime: se una situazione non va, significa che c'è qualcosa da modificare! Come mai dimentichiamo l'ovvietà?

È perché non siamo "presenti", allora i programmi della mente prendono il sopravvento. Come, per esempio, il diffusissimo programma "lamentela".

È un programma che trova poche resistenze al nostro interno perché, quando lo accendiamo, abbiamo la sensazione che non siamo noi quelli che devono cambiare, allora questo ci fa sentire al sicuro. "Gli altri hanno sbagliato, mentre io non ho fatto nulla".

Intendiamoci, qui nessuno è un santo: i momenti di stress ci sono e parlare dei propri problemi può essere di aiuto, oltre al fatto che un sano "vaffa" tra amici è sempre un toccasana per il fegato. Ma un conto è vivere momenti di rabbia, un altro è lamentarsi.

Un imprevisto può capitare, fa parte del gioco, ma se ci ritroviamo sempre con lo stesso problema fra le mani, se incappiamo di continuo nella medesima situazione disfunzionale, dobbiamo chiederci se c'è di mezzo la lamentela. Quando tale programma si accende, infatti, si trasforma in una vera e propria trappola che ci trattiene nello stesso punto dello spazio-tempo, senza più farci avanzare!

Per lamentarsi bisogna concordare di essere vittime della situazione, rinunciando a ogni potere su di essa. Il passo successivo è presto fatto: se ci sentiamo vittime, se sono gli altri a essere ingiusti, allora noi non abbiamo alcuna responsabilità e quindi nessun potere di agire sulla realtà. In una tale configurazione, sarà molto difficile smuoverci da dove siamo!

Quando ci lamentiamo, stiamo dicendo che non siamo in grado di condurre la nostra vita, di rispondere alle sue sfide, di agire su di essa; è come se dichiarassimo che vogliamo restare là dove siamo, anche se è assai poco confortevole. E se pensiamo che, con la lamentela, mettiamo in luce i difetti degli altri, in realtà stiamo solo mostrando la nostra paura più profonda: quella di cambiare.

Credo tu sappia già qual è la cosa giusta da fare: spegnere il programma della lamentela e mettere in moto nuovi coraggi, a partire da te, dal tuo dialogo interiore, dai tuoi orizzonti.

Se spegni il programma della lamentela, tutto diventa possibile. Anche cambiare parrucchiere, naturalmente.




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16 marzo 2016

Di quale spiritualità stiamo parlando?

Ultimamente provo un senso di repulsione nel sentir parlare di "spiritualità", "coscienza" e cose del genere. Non so se sia colpa di tutte quei "guru" che fanno sermoni dalla mattina alla sera, o di quelli che usano i concetti spirituali per inzupparsi il cervello, così possono raccontarsi che sono pieni d'amore anche se non parlano con i genitori da anni perché non riescono a perdonarli...

La soluzione qual è? Parlare di prosciutto e melone? Aprire un blog sulle ceramiche d'epoca? Iniziare un dibattito sui tagli di capelli più alla moda? Insomma, bandire tutto quel che tratta di argomenti spirituali e far finta che l'invisibile non esista? In ogni caso, qualcuno riuscirebbe comunque a pervertire il senso delle cose (sì, anche del prosciutto e melone) e a creare nuovi squilibri. Non è mai il mezzo in sé il problema, ma chi lo usa.

Certo, mi vien da sorridere vedendo in che modo la spiritualità sia usata proprio per evitare di essere spirituali. C'è per esempio chi si è convinto che con la meditazione potrà continuare a sopportare meglio il lavoro che odia. O chi, dopo un corso olistico di due giorni, si fa chiamare "maestro" e diffonde le sue verità come assolute. O, al contrario, chi pensa di scegliere la direzione della propria vita interrogando il santone di turno: vere e proprie dipendenze spirituali!

Che faccio? Mollo la presa e mi sottraggo a questo mondo di illusionisti e "illusionati", o vado avanti con tali argomenti, sapendo di incontrare inevitabili contraddizioni? Ahimè, la crescita personale e il contatto con i mondi dell'oltre sono parte del mio DNA quindi... continuerete a sopportarmi.

Chiariamo innanzitutto cosa è, o meglio cosa non è, la spiritualità. Non è una via per distaccarsi dalla materia, anzi in essa trova la propria realizzazione; non è uno strumento per giudicare chi si comporta "male" e premiare chi si comporta "bene"; non è una medaglia per sentirsi dalla parte dei vincitori; ma soprattutto non è un tranquillante, cioè non serve a sedare le tua ansie e le tue angosce (per quello c'è lo psicologo).

La spiritualità è costruire strutture armoniche nella realtà materiale; è raccogliere i frammenti del sé e farne un io indiviso; è diventare ciò che si è... Ma questo richiede il "sacrificio" di buona parte di quello che crediamo di essere. Facile?!

Se con la tua pratica spirituale ti senti più tranquillo e realizzato, probabilmente te la stai raccontando. La spiritualità non "serve" a stare meglio; serve a tirare via le maschere e a rivelare quella roba poco piacevole che ci sta sotto... e, credimi, il più delle volte sarebbe meno traumatico se qualcuno ti abbandonasse nello spazio mentre dall'oblò dell'astronave ti fa "ciao ciao" con la manina.

L'anima cospira per tirarti fuori dalle paure e dai giudizi a cui sei tanto affezionato. E, se attiri la sua attenzione (perché hai deciso che vuoi portare più spiritualità nella tua vita), la cospirazione diventa... guerra aperta.

Magari cerchi il mondo spirituale per favorire sonni tranquilli e imparare a dire "namasté"... ma, come minimo, se davvero porti energia spirituale alla tua personalità, aumenteranno i momenti di crisi e i conflitti, e potresti ritrovarti a bestemmiare in dialetto mentre fai fuori tutto quel che c'è nel frigo (pezzi di cadavere compresi). Questo accade perché il "vecchio mondo" si aggrappa a te con forza disumana: non vuole che tu lo lasci per nessun motivo... "Traditore... Come osi?"

Tuttavia, non ti devi preoccupare! Il principio è semplice: quando spali via la merda (si può dire?), quello è il momento in cui puzza di più. In altre parole: ti senti uno schifo, ma è perché stai facendo quello che devi fare.

Ci siamo intesi? Qualunque disciplina spirituale tu stia praticando, non serve a calmare le tue crisi e non è quello lo scopo; serve invece a farti diventare "anima incarnata"... Qualunque cosa questo significhi (a te scoprirlo!).

Il che è davvero molto, molto pericoloso per tutti quelli che - come la tua mente inferiore e le persone che hai intorno - traggono vantaggio dal fatto che tu sia frammentato, pieno di paure e ricoperto da immondizie varie che tengono impegnata la tua energia.





13 marzo 2016

Talenti speciali

Ogni tanto girano in rete video di individui dotati di talento straordinario, e non di rado si tratta di bambini. C'è chi suona meravigliosamente il piano, chi canta come un angelo, chi balla sfidando le leggi della gravità... e così via.

Mi piace molto vedere questo genere di video, anche perché mi ricordano costantemente l'infinito potenziale dell'essere umano.

Mi piace di meno, invece, leggere alcuni commenti che vengono lasciati, perché mi fanno capire il rapporto distorto che le persone hanno con il talento.

Alcuni commenti danno per scontato che un individuo estremamente talentoso sia un'anima superiore, dimenticando che il palcoscenico non è la misura del proprio valore interiore. Altri ancora lasciano intendere che, poiché non hanno "talenti speciali", è inutile che ambiscano a qualcosa di veramente significativo nella propria vita.

Se mai ti sei sconfortato di fronte ai "grandi" talenti degli altri, è ora che cambi il tuo modo di pensare.

Devi sapere che ognuno ha il proprio tempo di crescita, il proprio momento, il proprio ruolo nelle strade dell'esistenza. Ciò che è riconosciuto "speciale" dagli uomini, spesso è solo una minima parte di ciò che muove l'universo nella sua straordinarietà.

Noi guardiamo alle cose con occhi umani, ma ci sono anche gli occhi del Cielo, che si accorgono di ben altri, impensabili e non riconosciuti "talenti", necessari per portare avanti il grande progetto evolutivo. Si tratta di qualità non riconosciute dagli altri o date per scontate, non per ultima quella di esistere esattamente così come si è.

Il tuo talento più grande è la tua unicità: nessuno è stato né sarà mai ciò che tu sei oggi. Che senso ha cercare di essere come qualcun altro?

Invece di crucciarti, invidiando o deprimendoti per le qualità altrui, comincia ad apprezzare e rispettare la tua unicità. Confida che quello che sei è perfettamente funzionale al disegno della vita, che non fa mai niente a caso e, il più delle volte, agisce attraverso invisibili intrecci da dietro le quinte: tu sei parte di tutto questo.

Ma se lo dimentichi, se cerchi di essere diverso, se pensi che la magia sia in ciò che appare straordinario e non nell'essere ciò che sei, ne soffrirai.

Quando apprezzi la tua unicità, quando ti metti al servizio di essa, ti allinei con il flusso dell'esistenza e accetti di farne parte in modo misterioso. Allora nuove fioriture coinvolgeranno la tua anima e sboccerai più e più volte, scoprendo che nel mondo c'è sempre un luogo a te riservato, un luogo che nessun altro può occupare al tuo posto.





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10 marzo 2016

Aiutare gli altri

Aiutare gli altri è cosa buona. Ma anche no. Dipende da come lo fai e dal perché lo fai.

Se è il senso di colpa a spingerti, probabilmente non otterrai molto di positivo, come tutte le volte che agisci per paura o per mantenere una maschera: a lungo andare ti ritrovi più infelice.

Se invece sei mosso dall'interesse sincero, o anche solo perché quel giorno ti va di fare così, allora ne trarrai certamente un surplus di energia, perché agisci nella libertà di quello che sei, e non per dimostrare qualcosa a qualcun altro (te stesso compreso).

Intendiamoci, una cultura che insegni la pratica della compassione e dell'aiutare gli altri è più che auspicabile, ma il punto è che, se vogliamo davvero aiutare le persone intorno a noi, dobbiamo partire dall'aiutare noi stessi. Spesso, invece, si mette l'accento sull'aiutare gli altri attraverso il rinunciare ai propri talenti, generando così molteplici disarmonie.

Come possiamo davvero aiutare qualcun altro a brillare nella vita, se per farlo mettiamo da parte la nostra luce?

Sia ben chiaro, aiutare se stessi non significa essere egoisti e ignorare gli altri, significa solo essere nell'amore per sé. E quando si è "nell'amore per sé", ne deriva inevitabilmente anche l'amore per gli altri.

Accade che, grazie alla cura amorevole di te stesso, tu immetta nel mondo energia positiva, creativa e piena di possibilità!

Semplificando, potremmo schematizzare il processo in questo modo:
Amare se stessi > coltivare i propri talenti > offrirli al mondo > aiutare gli altri

In altre parole, se ami te stesso, hai rispetto dei tuoi talenti, li coltivi e li offri al mondo, dove chiunque altro potrà trarne beneficio. Tutto questo genera una vibrazione di gioia e di consapevolezza che ispira gli altri a donare a loro volta i propri talenti, innescando un circolo benefico di abbondanza.

Quando hai amore per te stesso, compassione verso le tue ombre e rispetto dei tuoi talenti, quando cioè aiuti te stesso, accendi la vera possibilità di aiutare gli altri.







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8 marzo 2016

Chi la dura la vince

Una cosa la so: chi la dura la vince. E quando non vinci è perché ti sei messo contro i desideri dell'anima, oppure cerchi di raggiungerli in un modo che l'io-profondo non condivide.

Certo, se solo potessimo capire quali sono i desideri dell'anima e quali i percorsi sbagliati, allora potremmo evitare di fare così tanti giri a vuoto! ... Ma stanno proprio così le cose? Io non credo. Non credo, cioè, che "capire" sia il punto, né che esistano "percorsi sbagliati".

Sul capire

Nella nostra cultura tendiamo a sopravvalutare il "capire". Prima di fare qualcosa, infatti, spesso cerchiamo di capirlo, e a volte evitiamo anche di farne esperienza, proprio perché pensiamo che, avendolo capito, non ci sia altro da imparare.

Invece, più che altro, bisognerebbe prima fare e poi capire. Certo, ben venga il buon senso e l'agire in modo mirato, ma mai illudendosi che la mente possa produrre quella conoscenza e quella coscienza che derivano solo dal passare all'azione.

"Capire" i desideri dell'anima non è possibile. Puoi avere una intuizione sulla direzione ma, per scoprire se l'anima è veramente dalla tua parte, devi rimboccarti le maniche, agire, metterti alla prova. Non sempre una strada è scritta, spesso la creiamo noi nel momento in cui la percorriamo.

I percorsi sbagliati

Se al momento una scelta sembra infelice, più avanti potrebbe rivelarsi una benedizione, o comunque una leva per arrivare più in alto.

La cosa migliore è guardare ai presunti "fallimenti" come a tentativi da parte della vita di spingerci verso il meglio, confidando che essi portano un dono di cui abbiamo bisogno, ma che ci ostiniamo a rifiutare.

Una volta che avremo compreso il dono insito nelle vie "errate", saremo grati per averlo ricevuto e potremo andare oltre, sapendo che nulla è veramente sbagliato.

Ecco dunque gli "ingredienti" per ottenere ciò che si vuole: passare all'azione senza pensarci troppo, imparare a ricevere il dono di ogni esperienza, e persistere. Persistere nella propria, autentica direzione, rimanendo alleati di se stessi e del proprio sentire, fiduciosi che ogni cosa ci verrà data al momento opportuno.


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6 marzo 2016

Blog-terapia

Ho voglia di fare qualcosa che non ho mai fatto con questo blog: considerarlo un... blog! Mi riferisco a quel genere di siti dove l'autore pubblica i propri pensieri con una certa frequenza, quasi fosse un diario (e non come faccio io, a distanza di settimane o mesi).

In effetti, la maggior parte dei miei pensieri rimane tra me e la mia agenda-diario, avendo una buona ossessione per l'uso della penna e della carta, ovviamente con tanto di candela a seguito. Ciò, tuttavia, implica dover trovare il tempo per trascrivere il contenuto sul web. Risultato: rimando sempre e alla fine mi ritrovo con la casa sommersa di quaderni da una parte, e con il blog che sta in fermo dall'altra.

È arrivato il momento di cambiare andazzo ed essere più presente in questo luogo virtuale. Non so se ce la farò, anche perché le abitudini sono dure a morire, ma scrivere è comunque una necessità: mi fa stare bene, aumenta il mio stato di salute e la mia concentrazione mentale, ma funziona davvero solo quando condivido i miei pensieri con altre persone. 

Avere parole solo per me stessa mi appaga, ma in qualche modo mi congestiona l'anima. La piacevolezza del dialogare con il mio io, al sicuro da ogni critica, non mi fa fluire con la vita così come vorrei.

Occorre essere aperti sia nel ricevere sia nel dare. Trattenere per sé i propri talenti non è mai una buona idea. Offrirli come un fiore, invece, genera nuove primavere. E le mie offerte, per come posso, per come sono fatta, hanno la forma delle parole.

A questo punto non mi resta che passare all'azione e sperimentare sino in fondo gli effetti di questa "blog-terapia", in altre parole non mi resta che mettermi a scrivere. Ci rincontriamo a breve, dunque, con il prossimo post.




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