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7 aprile 2013

Buttarsi consapevolmente dentro l'abisso

Ogni tanto qualche "sapientone" mi fa notare che "la mente è un principio superiore" rispetto alle emozioni. E me lo fa notare soprattutto se gli racconto dei lavori emotivi che sto facendo per contattare la rabbia e lasciarla essere "allegramente" così come vuole essere, il che suscita evidentemente un certo grado di preoccupazione, per non dire disapprovazione.

Le frasi più gettonate che mi sento dire? Queste: "Le persone spirituali non si lasciano governare dalla rabbia", "Così alimenti l'energia della rabbia nell'ambiente", "Bisogna sacrificare i propri impulsi per costruire l'armonia attorno a sé, sennò la personalità prende il sopravvento sull'anima" e così via. E tutto questo solo per aver manifestato, a gran fatica, un po' di emozioni rabbiose.

Parliamoci chiaro: la repressione delle emozioni è dietro l'angolo, e non c'è niente di più dannoso per la salute e soprattutto di più efficace per farle esplodere!
Allora come la mettiamo con la faccenda della mente che è superiore rispetto alle emozioni?
Devo dire che è proprio così: evolutivamente parlando, il corpo mentale è "superiore" (nel senso che sta "sopra", non che "vale di più") rispetto al corpo emotivo.


Un principio superiore è un principio in grado di governare il principio inferiore, poiché l'energia (permettetemi il termine) scorre naturalmente "dall'alto" verso il "basso".
La mente è su un piano superiore rispetto alle emozioni, dunque, ma questo concetto non di rado è frainteso e spinge i vari "guru" e loro "seguaci" ad accentuare l'opera di giudizio e repressione nei confronti delle emozioni. 

Così, se da un lato abbiamo la schiera di coloro che dicono di "seguire il cuore e non la mente" (ignorando che il cuore è la mente superiore/intuitiva, che non ha nulla a che fare con l'impulso e l'emotività), dall'altra abbiamo coloro che osannano la via yogica del "controllo mentale".
Il risultato di quest'ultima tendenza è che si cerca di rapportarsi e di governare la propria emotività attraverso il linguaggio e la realtà del corpo mentale... (E poi ci si stupisce se a un certo punto vien voglia di ammazzare qualcuno che ci ha tagliato la strada in auto, oppure se dopo vent'anni si è ancora imbrigliati nelle stesse trappole emotive di una volta!)

Usare i mezzi della mente per rapportarsi con il corpo emotivo, ossia "capire" un'emozione, è il modo migliore per non contattarla, ma anzi per violentarla, snaturarla, mandarla ancor più profondamente nell'ombra. Chi lo dice? Lo dice il cambiamento a cui diamo vita quando l'emozione non è più repressa né "capita".
Troppe volte, inoltre, si pensa di contattare l'emozione, ma ancora una volta la si sta osservando attraverso il filtro della mente, negandole di fatto la possibilità di "essere".


Nell'emozione bisogna invece entrarci, farci l'amore, perdersi. Bisogna diventare un po' come lei... ma senza farsi trascinare a fondo.
Come si fa?

Con la presenza.

Presenza significa che non c'è volontà di capire. Non c'è giudizio, non c'è ricerca di cause antiche o future. Solo presenza.
"Mi sento triste o incavolato nero" ... e mi fermo qui, non vado a cercare per forza un "perché". Mi fermo qui e sto con la tristezza o l'irritazione, lascio che pervada il mio corpo, il mio respiro, la mia attenzione. Non cerco di sopprimerla spostando l'attenzione su altro, né di sfogarla con altre persone.
Mi tuffo dentro la marea che avanza, andando più in fondo che posso, a braccia aperte, con il solo proposito di sentirla. Io e lei. Nessun altro e niente altro.


Non si tratta, quando si sta male, di negarsi in assoluto l'aiuto di qualcuno o di una doppia dose di camomilla, ma di concedersi uno spazio dove l'emozione possa avere tutta la nostra presenza.

In base alla 
Legge della Polarità, quando diamo spazio a un principio, in realtà apriamo la porta al suo opposto. Negarlo significa invece rimandarlo nell'ombra dove crescerà in modo smisurato.
Quando diamo spazio a un'emozione, apriamo la porta al suo trasmutarsi. Opponendoci a essa, e cercando di reprimerla, la spingiamo invece a mettere radici nel profondo, da cui emergerà con ancora più forza.
E' per questo che il contatto con le emozioni porta liberazione dalle stesse.

Occorre, come sempre, una certa dose di equilibrio interiore per muoversi nei territori delle emozioni, quindi se pensate che, contattando le vostre emozioni, potreste fare gesti folli o di cui pentirvene, ecco, fermatevi prima perché significa che avete perso la presenza.
Nell'abisso della marea ci si può buttare solo con presenza. Diversamente, si rischia di affogare!
Senza presenza, il contatto con l'emozione rischia di diventare identificazione totale e ciclo infinito che alimenta se stesso.

La presenza nasce dal principio della mente, emerge dalla decisione interiore (che è un atto mentale di consapevolezza) di esserci e lasciar essere.
Un conto è il "controllo", un altro è la vigile presenza che morbidamente accoglie ogni emozione e, così facendo, le permette di evolversi e trasmutarsi... ed è in quest'ultimo caso che la mente manifesta la sua "superiorità". Ma la differenza non sempre è colta dai più.

Il succo di tutto questo discorso è che tra l'identificazione totale con le emozioni, e il reprimerle attraverso il controllo mentale, esiste la strada di mezzo che è il contatto delle emozioni attraverso la presenza.


Non è la via più semplice né la più "larga", perché richiede di buttarsi consapevolmente dentro l'abisso... quando di solito ci si affoga dentro oppure si cerca di "contenerlo". 
Ma è una via che attiva trasformazioni interessanti, perlomeno per chi ha già provato le altre due e si è stancato dei soliti film - sempre uguali a se stessi - che propongono.


at sunset 3: photo take in Mozambique



"Se sono esseri superiori a noi perché non ci parlano chiaramente?"

"Tu sei un essere superiore a uno scarafaggio... Hai mai provato a parlare con lui?"
(Dal film "The Mothman Profecies")