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26 dicembre 2013

Come fare la scelta giusta?

Quando siamo nel dubbio, quali sono i criteri per effettuare la scelta giusta?

So di non farvi contenti, ma questi criteri non esistono! I ragionamenti e le tecniche, infatti, servono a poco: scegliere è un modo di essere, un avanzare nonostante l'ignoto, un crescente accorgersi di ciò che sempre di più si desidera. La scelta è fatta attraverso ciò che si è. 

Non scoraggiatevi... Ammetto che, nonostante la premessa fatta, esistono alcune indicazioni per scoprire cosa vogliamo veramente, se proprio non riusciamo a esserne consapevoli.

I segnali

Quando scegliamo nella "verità" di noi spesso si presentano uno o più fra i seguenti fattori:
- Ci sentiamo più vivi
- Sentiamo aumentare l'energia corporea
- Ci sentiamo più centrati, più lucidi mentalmente e cogliamo più facilmente nuove opportunità
- Il respiro è morbido e il plesso solare rilassato
- Aumenta il senso di gioia
- Maturiamo velocemente nella situazione
- Si verificano sincronicità (sul tema vedi altro mio post qui)

Quando scegliamo nella "falsità" di noi, quando cioè assecondando schemi o programmi che non sono in realtà nostri, possono verificarsi uno o più fra i seguenti fattori:
- Ci sentiamo nervosi e più irritabili
- Ci stanchiamo facilmente
- Avvertiamo un senso di insoddisfazione
- Ci ritroviamo più distratti del solito o rallentati nel prendere decisioni
- Possiamo avere alcuni disturbi a livello fisico (bruciori di stomaco, contratture muscolari, ecc)
- Il respiro è sempre più contratto, il plesso in tensione
- Non riusciamo a essere veramente nella gioia e nella fiducia pensando alla scelta fatta
- Oppure ci sentiamo "esaltati" (per i soldi guadagnati, per l'approvazione ricevuta, ecc.) ma, se ci ascoltiamo veramente, sappiamo che c'è qualcosa che non quadra

Prestare attenzione alle nostre sensazioni corporee e alle emozioni sottili, dunque, potrebbe aiutarci a evitare quei percorsi che non ci appartengono. Solo ascoltando il nostro io - non gli altri, non le paure, non le aspettative, non i programmi instillati dalla cultura nel nostro subconscio - possiamo scoprire la direzione che ci appaga veramente.

L'eterno indeciso

Va detto che esistono schemi di "perenne indecisione" nei quali ci si può arenare, eternamente divisi fra due (o più) vie, mai scelte e contemporaneamente mai abbandonate. Attraversare un momento di indecisione e di riflessione sui percorsi da prendere è normale, ma l'eterna indecisione diventa patologia, ci intossica e ci imprigiona in territori ristagnanti.

Perché accade questo? Accade perché si sceglie di non scegliere. L'eterno indeciso si nutre dell'energia dell'insoddisfazione, perché in qualche modo lo fa sentire "vivo" oppure di avere tutto sotto controllo, e sicuramente gli permette di non assumersi la responsabilità dei propri passi.

Non chiedetemi cosa fare in questi casi, perché trovo una grande perdita di tempo ed energia cercare di aiutare chi non vuol essere aiutato. Perlomeno si prenda coscienza che qui non c'è nessuna intenzione di fare una scelta. L'unica possibilità è che la persona ricavi un danno così profondo dalla situazione contorta, che alla fine sarà disposta a voler guarire dal suo attaccamento a questa forma di "piacere".

Vi è infatti un piacere associato a questo sentirsi frustrati: si gode nello star male. Eva Pierrakos lo chiama "piacere negativo", così come lo spiega nel suo libro Il male e come trasformarlo. Questo si forma durante l'infanzia come meccanismo di protezione da parte del bambino stesso che, per sopravvivere a eventi stressanti, associa il piacere al dolore. Occorre accorgersi di esso, portandolo nel conscio. E poi da lì costruire nuove roccaforti di coscienza. Insomma, occorre amarsi un po' di più e per davvero.

Il coraggio di scegliere

Oggi non vi parlo di "scelte" a caso: a cavallo del nuovo anno, siamo "richiamati" a far bilanci, a chiudere ciò che è stato, a progettare ciò che sarà.

Il solstizio d'inverno, ancora una volta, ha segnato l'inizio di una nuova luce: il Sole rinasce e si impossessa del Cielo. Grazie alla dialettica fra luce e oscurità, incontriamo sempre il momento per lasciare andare ciò che va abbandonato, il momento per far spazio al nuovo che vorrà manifestarsi. Se ci opponiamo, se non assecondiamo le opportunità della morte e della rinascita, ci attaccheremo al vecchio e allora marciremo con lui e non potremo germogliare a nuova vita.

Scegliere significa lasciar morire qualcosa per dare energia a qualcos'altro. Significa chiudere un ciclo per aprirne un altro. Significa fare passi avanti, qualunque sia la direzione. Significa onorare la propria verità e, in questo, farsi ricolmi d'amore. Senza il coraggio di scegliere, ogni crescita-scoperta-trasformazione viene arrestata.

Chiedetevi: "C'è qualcosa che devo lasciar andare?"
Lasciatelo andare, allora. Questo è il momento.
Fate spazio dentro di voi.
Lo spazio, il vuoto, è sempre fecondo, perché attira nuovi pieni.
Fare spazio è una scelta.
Chiudere un ciclo è una scelta.
Inseminare nuove direzioni è una scelta.

Abbiate il coraggio di scegliere o, meglio, abbiate il coraggio di scoprire e assecondare quelle scelte che già esistono dentro di voi (l'anima sa sempre cosa vuole!) e che sono l'unico scopo per cui siete qui: realizzarle nella vita quotidiana, attraverso atti concreti.



Per l'anno che viene, amici, ecco il mio augurio per voi...

Che le vostre obsolete valigie siano da voi lasciate nel tempo che fu, affinché procediate con passo leggero ed essenziale...

Che i pesi non vostri, di cui vi siete fatti impropriamente carico, vengano restituiti ai legittimi proprietari...
Che nutrire la gioia e la bellezza dei vostri sogni sia il vero piacere di cui non possiate più fare a meno.



11 dicembre 2013

Sincronicità: al di là del tempo

Due eventi sono correlati in modo "causale" quando la loro relazione si svolge lungo la linea del tempo. Per esempio, l'evento "pasta troppo saporita" è correlato al precedente evento "sale aggiunto in eccesso". Questo tipo di correlazione è comunemente accettata e riconosciuta.

Esiste anche un altro tipo di legame, che non accade lungo la linea del tempo e che è chiamato "sincronicità".  Sebbene Jung ne abbia parlato in abbondanza, la sincronicità stenta a essere riconosciuta dalla maggior parte delle persone. Di cosa si tratta, dunque? 

Due eventi sono correlati in modo sincronistico quando si verificano contemporaneamente e sono accomunati da uguali o analoghi contenuti significativi

Per esempio, una farfalla potrebbe apparire sul davanzale della mia finestra proprio mentre un'amica mi dice al telefono che ne ha sognato una. Gli eventi "farfalla che appare" e "ascoltare l'amica che racconta di aver sognato una farfalla" si verificano nel medesimo istante e non hanno alcun legame di causa-effetto. Oltre ad accadere contemporaneamente, questi eventi colpiscono la mia attenzione in quanto li avverto come particolari, non "casuali", ecco quindi che rappresentano per me una sincronicità. 

Alcuni si riferiscono alla sincronicità parlando di "coincidenze significative", in quanto gli eventi legati in modo sincronistico ci appaiono come coincidenze che però fanno pensare, colpiscono in modo misterioso, ispirano e, a volte, possono determinare anche importanti cambiamenti di rotta. 

Dopo aver visto la farfalla, per esempio, potrei scegliere di prestare attenzione al sogno della mia amica, e trovarvi l'idea per un progetto di lavoro che sarà determinante per il mio futuro. Mentre, se la farfalla non fosse apparsa risvegliando in me uno strano senso di meraviglia per la coincidenza, avrei subito tagliato corto la telefonata per finire di lavare i piatti.

Insomma, la sincronicità appare come una specie di indicazione, tutt'altro che casuale, in grado di orientare alcuni (e chissà quanti) dei nostri passi...

Come spiegare tutto questo? Non si può. La nostra mente esiste solo all'interno del tempo, quindi non può spiegare ciò che ha un legame diverso da quello temporale. 

Un individuo prettamente "mentale" non potrà riconoscere la sincronicità, al massimo la chiamerà "banale coincidenza". E mai sarà disposto a valutare la possibilità che alcuni accadimenti della sua esistenza possano rispecchiare in modo misterioso e istantaneo il suo mondo interiore (ad esempio, se il suo computer prendesse un virus proprio mentre sta frequentando una persona che gli causa dei danni, costui non coglierebbe la "coincidenza" cioè la necessità di aggiornare il "sistema di difesa" in ogni senso).

E' con la coscienza - ossia il principio animico, ciò che abita i piani sovramentali, al di là del tempo - che ci accorgiamo della sincronicità, non con la mente. E più ci accorgiamo, più instauriamo con essa un crescente e prolifico dialogo intuitivo. 

Ecco che le coincidenze significative aumentano man mano che siamo disposti a riceverne la guida e la rivelazione... Guida che accogliamo non certo per atto di fede, o per rivolgerci all'esterno di noi stessi, ma proprio perché riconosciamo l'origine della sua provenienza: il nostro io più grande...





8 dicembre 2013

Dedicata al Re schiavo

Non sei uno schiavo qualunque. Tu sei un Re che ha abbandonato il suo Regno e si è fatto schiavo da se stesso, per sottrarsi alle lotte sul confine, all'invidia dei regnanti e all'ingratitudine dei popoli.

Ti sei reso schiavo, pensando che un mondo senza responsabilità ti avrebbe risparmiato i conflitti del potere e il dolore del tradimento, e che, non avendo e non essendo più nulla, nulla avresti potuto perdere e nulla avrebbe potuto corromperti.

Ti sei piegato e ripiegato. Fino alla fine di te stesso. Fino a toccare il dolore dei tuoi sudditi.
Hai perso ogni speranza. Per incontrare il valore della Provvidenza.
Hai attraversato il deserto e sei stato tentato dalla via facile. Ma hai conosciuto te stesso.

Ora non puoi più ignorare il tuo sangue reale, fatto di quella nobiltà che non è eredità di potere, ma capacità di servire intenti più grandi. Re schiavo, riprendi il posto che ti spetta!




La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati.
La nostra paura più profonda, è di essere potenti oltre ogni limite.
E’ la nostra luce, non la nostra ombra, a spaventarci di più.
Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso?”
In realtà chi sei tu per non esserlo?
Siamo figli di Dio.
Il nostro giocare in piccolo, non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato nello sminuire se stessi cosicché gli altri non si sentano insicuri intorno a noi.
Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini.
Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi.
Non solo in alcuni di noi: è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri la possibilità di fare lo stesso.
E quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
(Marianne Williamson)

3 dicembre 2013

Ciò che è nascosto

Quando dico che il mio campo di interesse è la spiritualità, a volte mi sento rispondere: "Ah, anche tu stai cercando la verità suprema?" Altre volte la risposta che ottengo (se pur la mia è un'affermazione, e non una domanda) è del tipo: "Io non credo in Dio, per me è tutta una menzogna" oppure "Anch'io penso che gli alieni ci verranno a salvare"...

Ecco, non so proprio come dirlo, e lo dico, che non sono alla ricerca di questa fantomatica verità assoluta (è già un'impresa imparare a essere "presente" nella verità di ogni giorno), non mi interessa dibattere sull'esistenza di Dio (mi pare già impegnativo fare due chiacchiere dirette con la propria coscienza) e non penso che gli alieni vengano a salvarci da noi stessi (se son "buoni", in genere non interferiscono, e se interferiscono, al posto vostro me la darei a gambe...)

Fondamentalmente, "spiritualità" significa crescere in coscienza. Non ci sarebbe altro da dire. Poi, visto che ci piace, ci mettiamo dentro argomenti sull'anima, sugli angeli, sui mondi invisibili. Ma si tratta di contorni. Quello che davvero conta è ampliare la propria consapevolezza. In che modo? Stando presenti con quello che accade! Ogni giorno, ogni istante, infatti, la vita ci mette in situazioni che sono proprio quelle che ci servono per ampliare il nostro orizzonte. Allora tocca a noi "viverle" e usarle per trasformarci.

Lavorare su di sé

A un certo punto, potremmo accorgerci dei programmi e delle identificazioni che creano illusioni su illusioni. Immersi nell'oblio della reincarnazione, avvelenati da forme pensiero collettive che ci deviano le emozioni, potremmo avvertire la necessità di intraprendere un lavoro su di noi per controllare (o meglio ri-educare) la nostra personalità e costruire un io più saldo. Accanto alle sfide quotidiane, sarà dunque opportuno scegliere una disciplina di qualche tipo, dalla meditazione all'arte (e se volete rivolgervi a un maestro, qui vi faccio i miei migliori auguri perché, visto quello che c'è in giro, ne avete proprio bisogno...)

Ogni via, se porta a espandere il limite della mia visione, è una via spirituale. Non è detto invece che, se mi interesso di angeli, yoga, alimentazione naturale, alieni ecc., io stia automaticamente percorrendo una crescita. Perché magari mi rifugio in queste tematiche per evitare proprio il confronto con le prove della vita. Insomma, cosa tutt'altro che evolutiva.

La mentalità del commerciante

Molte persone, inoltre, si interessano al mondo dello spirito poiché credono che possa confermare le loro credenze, oppure possa fornire loro strumenti per stare meglio o, ancora, possa appagare la loro infinita sete di conoscenza.

Accade anche l'opposto, che dai mondi invisibili si fugga via a gambe levate. Perché considerati pericolosi, ben intuendo di come certe verità possano far crollare punti fermi faticosamente costruiti (relazioni, lavoro, immagine di sé, e altro).

In questi casi, le persone sono mosse dalla "mentalità del commerciante": hanno un atteggiamento di pregiudizio, di sfruttamento o di paura-controllo: proprio quello che serve per starsene ben lontani da ogni autentica rivelazione e quindi crescita.

Scorgere ciò che è nascosto

Se vuoi scorgere ciò che è nascosto, se vuoi che l'invisibile (che si tratti dei mondi della medianità o dei più profondi anfratti della tua psiche) si riveli, non puoi avvicinarlo attraverso moventi di potere e di controllo.

Probabilmente facendo il "maghetto" con la Legge dell'Attrazione o qualche avanzata tecnica di PNL, puoi ottenere quello che "vuoi", ma questo non ha niente a che vedere con l'invisibile. E' solo un morbido cuscinetto che fa sentire meno pungente la profonda paura che ti tiene schiavo in una realtà di competizione e degenerazione.

E' sempre per paura che cerchiamo di controllare gli altri. E' sempre per paura che schiavizziamo e ci rendiamo schiavi. Paura di cosa? Paura del dolore. Il dolore di non essere abbastanza amabili, amati, degni.

C'è una cosa da capire bene: se hai paura del dolore, non puoi accogliere la verità, non puoi accorgerti dei tanti fili sottesi che governano e determinano la tela della tua esistenza.

Impara a non difenderti dal dolore, a non farti scudo contro di esso. E' questa "protezione" che non ti fa vedere ciò che realmente accade. Se temi il dolore, se temi la perdita del controllo, inevitabilmente eviterai il mistero e ogni sua rivelazione. Quando la tua mente e il tuo corpo non accettano qualcosa, escogiterai delle vie per rifiutarlo; userai la manipolazione verso gli altri e verso la tua stessa consapevolezza.

Allenati ad accogliere ogni cosa, senza giudicarla, controllarla, temerla. Comprese prove, ostacoli, dolori. Allenati a non temere l'ignoto (ciò che non conosci e non controlli), qualunque sia la sua forma. Il tuo sguardo, allora, smetterà di focalizzarsi sugli scudi con cui difendersi, e si poggerà su angoli, prima passati inosservati, dai quali si dispiegano misteriose, nuove vie fino a quel momento rimaste occulte.

Man mano che sei pronto ad accettarlo, realizzi che l'ignoto è vivo, fecondo e sempre più generoso nel suo rivelarsi attraverso le trame di ciò che, agli occhi degli "altri", appare banale quotidianità.





30 novembre 2013

Entra in quel passo

Quando abbiamo lo spirito di un esploratore e il coraggio di lasciar andare le certezze, possiamo usare le nostre domande per dirigerci oltre ciò che appare, lasciandoci alle spalle quelle strade che più nulla hanno da offrire.

Accade, tuttavia, che molti si interroghino con la pretesa e il bisogno di trovare risposte "definitive". In questo modo, si rischia di rimanere incatenati nei luoghi della propria ignoranza. Se ci interroghiamo con lo "scopo" di ottenere nuovi punti di riferimento, infatti, ci ritroveremo ad abbandonare - o a rallentare drasticamente - il processo della scoperta.

Intendiamoci: ci sono sempre risposte che in qualche modo vengono svelate, e che ci aiutano a strutturare un senso. Ben vengano! Ma si tratta di tasselli, di scalini ai quali inevitabilmente ne seguiranno altri, e altri ancora. Si tratta, dunque, di "non-risposte" poiché non descrivono una realtà assoluta, ma sono frutto del momento, sono frutto del cammino... e come tali andrebbero sempre considerate, cioè come punti di appoggio per elevarci ancora più in là, e non per aggrapparci, paurosi di cadere o di proseguire.

La sicurezza di sé (per chi se lo chiede) non ha niente a che vedere con la certezza delle risposte. Piuttosto emerge dalla capacità di accogliere ciò che viene continuamente svelato. Questa capacità è dinamizzata ora dall'azione, ora dal lasciar andare. Essa emerge dal nostro centro, e a sua volta lo struttura.

I "cercatori di verità" non dovrebbero fermarsi alle domande. Le risposte sono costruite dall'esperienza. Diversamente, la mente può appropriarsi di un ruolo di "guida" che non le appartiene e, così, tenerci fuori da ogni reale trasformazione.

Quando intuisci una via, quando una strada ti chiama, percorrila. Non perdere tempo ad analizzarla. Percorrila o dimenticala. Ma non trattenerla nei tuoi pensieri. E non importa se, nell'attraversarla, scoprirai che non era "giusta". Avrai comunque guadagnato una maggiore comprensione di te, avrai allargato il tuo orizzonte.

Altre volte vorresti muoverti in una direzione, ma paure, ostacoli, persone distruttive, si frappongono ai tuoi obiettivi e allora ti immobilizzi. Gli ostacoli, tuttavia, possono fermarti davvero solo se hai la pretesa di essere amato, di essere accudito, visto, riconosciuto. Se ami sempre e comunque, non ci sarà ostacolo in grado di fermare la tua ascesa. Forse sarai rallentato, forse dovrai optare per vie parallele, ma continuerai a dirigerti là dove il tuo io vuole e deve arrivare.

Abbi fiducia, inoltre, nei percorsi cadenti e oscuri che rallentano il tuo procedere. Essi agiscono come una resistenza che permette alla luce di accendersi. Amali. Se li ami, non potrai giudicarli, e lascerai che ti sfidino e ti preparino per il passo successivo.

Tra l'altro, ogni percorso ha anche il suo maestro, ha la sua luce che abbaglia e fa innamorare. Non ha senso, allora, fare del maestro l'unico esistente. Egli è là per indicarti la porta che viene dopo, e mai per trattenerti nella sua stanza.

Accetta serenamente il maestro del momento, prendi da lui ciò che ti occorre per accorgerti del passo successivo. E appena ti accorgi, non esitare: entra in quel passo.





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28 novembre 2013

Istruzioni per un diario

Ho così tante cose da raccontarvi e su cui portare l'attenzione, che non so da dove cominciare, amici! Ho deciso, tuttavia, di "ripartire" da un argomento che, in modo sincronico, mi è stato chiesto da più persone: il diario! Sì, sto parlando del prendere nota dei propri pensieri ed emozioni, e confidarli a un quaderno.

Il diario è uno strumento interessante che può essere usato per alimentare la propria crescita. Se volete provare, ecco qui alcune indicazioni...



A chi è rivolta questa pratica?

A tutti: a chi ama scrivere e a chi non ama scrivere, o pensa di non saperlo fare. Non si tratta, qui, di realizzare un'opera d'arte, ma di attivare un contatto con parti di sé più sfuggenti o profonde. Scrivere il diario può essere utile nei momenti di crisi o a cavallo delle rinascite, ma ben si presta anche come semplice attività quotidiana.

Scopo

Lo scopo è quello di non avere scopo...
Poi, in questo non-scopo, accade che energie bloccate per causa di stress e problemi in corso, comincino a fluire. Accade che la capacità di accorgersi di se stessi, e quindi del proprio modo di stare al mondo, si faccia più grande. Accade che si diventi più ricettivi nei confronti di intuizioni e messaggi... Ebbene, per esperienza, tutto questo diventa possibile quando non fa parte di alcuno scopo. Insomma, non abbiate aspettative: solo così potrete stupirvi davvero.

Per quanto tempo?

Consiglio di provare un periodo di almeno tre mesi. Poi si può decidere se continuare o meno, ma in ciò non chiedete la mia opinione in merito giacché io vi direi di continuare per il resto della vostra vita (scrivo il diario da sempre).



Cosa occorre

Questo è un appuntamento che dedicate a voi stessi, quindi il primo ingrediente è il tempo.
Ricavatevi del tempo e fate in modo che nessuno vi disturbi: almeno 20-30 minuti al giorno.

Per trovare il tempo, all'interno di densissime giornate già molto provanti, io metto la sveglia mezz'ora prima; e mai una volta che mi sia pentita! Quando, invece, ogni tanto salto l'appuntamento col diario, poi mi sento come se mi mancasse la carica per affrontare la giornata.

Il secondo ingrediente è un mezzo materiale: un quaderno o dei fogli.
Con l'aiuto di qualche colore, inoltre, potreste sottolineare le frasi che vi colpiscono o disegnare piccoli simboli grafici di lato alla pagina. La parola chiave è: contatto con il foglio.
Dovete sapere che la "materia" è un supporto per la manifestazione sul piano fisico della "memoria", sia fisica sia spirituale. E' una specie di ponte che collega con ciò che è al di là. Non a caso gli altari di tutti i tempi sono eretti con l'utilizzo di pietre e marmi. I dispositivi digitali, invece, possono ampliare le "dimenticanze", oltre a stressare l'aura e l'energia vitale.
Tuttavia, se trovate scomodo e "rallentante" usare una penna (tantissime persone si sono praticamente disabituate!), utilizzate pure il computer e non fatevene un problema. A patto, poi, che stampiate i vostri scritti e che quindi, alla fine, vengano impressi su un supporto materiale.

Scegliete una pianta o un rappresentante del mondo vegetale: tenetela vicino o a portata di vista (il contatto con la natura è altamente ispirante).

E accendete una candela, per onorare l'appuntamento con voi stessi.

Come e quando

Ogni giorno alla stessa ora o in concomitanza di una stessa azione (quando ci si alza, prima di cena, ecc.), vi siederete alla scrivania o in un luogo a voi comodo, lontano da interferenze, con la pianta vicino e la candela accesa, e poi inizierete a scrivere sul quaderno, proseguendo per almeno 20 o 30 minuti.

Il momento ideale è al mattino, appena svegli, in un orario che va dalle 5:30 alle 7:30 (o quando si può). Le prime ore del giorno, infatti, favoriscono il contatto con i mondi sottili e luminosi. Non potendo in questo orario, ci si adatterà in base alle personali esigenze.

Ma cosa scrivere, esattamente?

Ah, questo è un bel dilemma! Di fatto, non si sa mai cosa si sta per scrivere... In genere lo si scopre mentre accade! Capisco, tuttavia, che all'inizio ci si possa sentire un po' spaesati, ecco qui, allora, alcuni suggerimenti per iniziare.

Se in questo periodo c'è qualcosa che vi opprime, potete parlarne nel diario. Qui siete autorizzati a manifestare tensioni, preoccupazioni, pensieri pesanti, malumori, tensioni e lamenti. Un utilizzo "ecologico" del diario è di fare proprio da "raccogli-spazzatura" di tutti i pensieri pesanti che si hanno dentro e rallentano l'anima.
Il capoufficio vi ha trattato ingiustamente e avete un bel nodo alla gola? Scrivetelo!
La persona che vi piace e di cui vi siete innamorati vi tratta a pesci in faccia? Scrivetelo!
I capricci di vostro figlio vi fanno desiderare di mollare tutto e partire per i Caraibi? Scrivetelo!
Scrivete tutti i pensieri che chiedono attenzione e lasciate che trabocchino attraverso le vostre parole.
Queste energie, se trattenute all'interno, attaccano la salute fisica ed emotiva... Tanto vale, allora, parlarne nel diario, scrivendo a ruota libera e con la certezza che nessuno potrà giudicarvi.

Se ancora non avete idea di cosa scrivere, pensate a quello che avete fatto nelle ultime 24 ore e descrivetelo. E' stato qualcosa di interessante? E' successo qualcosa che ha attirato la vostra attenzione? O è tutto stato noioso e avete incontrato le solite persone? Scrivetelo, che la cosa vi piaccia o meno. All'estremo, potete anche arrivare a scrivere: "Non so di cosa parlare, non mi viene in mente niente, e ora metto giù queste parole per far passare il tempo..."
L'importante è che scriviate e riempiate il foglio. A volte questo è sufficiente per attivare dei ricordi o dei progetti... allora ci si troverò a scrivere: "Fra qualche giorno devo incontrarmi con Mario. Ammetto che sono contenta di andare a pranzo con lui", "La prossima settimana devo consegnare quel lavoro importante, e penso che sia una buona occasione per far vedere quanto valgo", ecc.
Scrivete qualunque cosa, anche a caso, anche se sembra "stupido".
Ancora, potete parlare di un film appena visto, dei progetti per il fine settimana, del lavoro che vorreste cambiare, della lista della spesa... Ma continuate a scrivere. Questa è un'attivazione: vivetela senza nessuna aspettativa.



Il metodo delle domande

Dopo una prima fase (qualche giorno o settimana) di "contatto esplorativo" con il diario, spesso si diventa pronti per utilizzarlo in qualità di "consigliere", cioè un sapiente suggeritore che aiuta a muoversi meglio all'interno del proprio panorama interiore.
Per attivare questa funzione del diario, bisogna essere disposti a fare domande. E intendo domande "autentiche", quelle che accendono una nuova attenzione, non quelle che si credono tali solo perché hanno un punto interrogativo alla fine della frase.

Fare domande è più importante del dare risposte: ogni risposta è collegata alla domanda, quindi se la domanda non sa puntare nella giusta direzione, la risposta non potrà rivelarsi.
Fare domande è un'arte preziosa, che va conquistata e allenata, e nessun campo, in questo senso, è meglio del diario.

Una domanda può aprire la mente, quanto chiuderla. Toccare il cuore, quanto indebolirlo.
Consideriamo queste due domande:
- Dio esiste?
- Ci sono indizi che possono far pensare che siamo parte di un'intelligenza "più grande"?
La prima domanda ci tiene sul piano filosofico, mentale; la seconda stimola in modo più concreto ad accorgersi di eventuali "vie invisibili" sul proprio cammino.
Ecco che sembrano domande simili, eppure in verità sono assai diverse!

Per quanto mi riguarda, le domande sono il sale della mia intuizione, anche e soprattutto quando affronto un periodo difficile e ho bisogno di lamentarmi! Io faccio così: inizio il diario annotando i pensieri pesanti (fase "raccogli-spazzatura"), poi, appena ho scaricato la mente e il cuore da questa energia, mi metto a caccia di "domande ispiranti"... Adoro questa fase, infatti mi permette di accorgermi di nuovi strumenti e di fare i passi successivi!

Vediamo degli esempi.
Magari dentro avete domande come:
- "Perché la vita ce l'ha con me?"
- "Cosa ho fatto di male per meritarmi questa situazione?".
Scrivetele sul diario: così facendo, in parte scaricherete l'energia di frustrazione, e dall'altra sarete costretti a portarvi un'attenzione meno automatica.
Poi, a partire da questi interrogativi, mettetevi alla ricerca di nuove formulazioni.
Ecco che, avendo preso un po' di coraggio, potreste osare e scrivere nel diario qualcosa del tipo:
- "In questa situazione, c'è un messaggio che posso ascoltare?"
- "Qual è il senso di questo ostacolo?"
- "Quale parte di me può aver contribuito a creare tale circostanza?"
A questo punto, lasciatevi liberi di ricevere la risposta, qualunque voglia essere.

Altre domande interessanti sono quelle da fare "per gioco":
- "Giocando, se non avessi paura di essere giudicato, che scelta farei?"
- "Giocando, se avessi fiducia nelle mie capacità e nel supporto dell'universo, che lavoro sceglierei?"
- "Giocando, se avessi rispetto di me e dei miei sentimenti, che persona vorrei accanto a me?"
- "Giocando, se io fossi un grande saggio, che cosa mi direi per affrontare questa situazione?"
... e così via.

Il giudizio

Nella pratica del diario, il non-giudizio non solo è importante, ma fondamentale.
Durante i tentativi di contatto con il mondo delle proprie parole, qualcuno potrebbe sentirsi tentato dal fare valutazioni del tipo: "Non so scrivere bene, allora che scrivo a fare?" o "Come ho fatto a scrivere questi pensieri... devo essere matto!" Niente di più castrante per i mondi interiori che timidamente cercano di contattarci attraverso il diario.

Attenzione anche alle "esaltazioni"... c'è infatti chi "parte in quarta" e subito pensa: "Sto certamente canalizzando l'arcangelo Uriel e quel che mi dice è verità assoluta".

Occorre lasciare che le informazioni emergano attraverso il diario, mantenendosi nella posizione dell'osservatore: colui che non giudica e non arriva a conclusioni definitive.
Siate consapevoli che in ciascuno di noi esistono infiniti mondi e che quindi possono emergere infinite voci, ognuna con una personalità differente (bambino, artista, critico, invidioso, saccente, stupido, ingenuo, saggio, alieno, intuitivo, esaltato, positivista, contabile, disordinato, guida spirituale, ecc.). Il diario ci permette di contattare queste personalità e, attraverso le domande, di instaurare un dialogo con loro. Ma guai a identificarsi con una di queste, si fermerebbe inesorabilmente il processo della scoperta e della crescita.

La rilettura

Alla fine dei primi tre mesi (oppure ogni tre mesi, se si continua a scrivere), bisognerà rileggere le proprie pagine scritte.
Questo aiuta a:
- Rendersi conto delle voci ricorrenti che si hanno dentro, sia negative sia positive;
- Misurare più concretamente quegli aspetti di sé che nel frattempo sono maturati;
- Recuperare eventuali idee che sul momento sembravano poco utili, ma che ora potrebbero avere senso;
- Prendere coscienza di intuizioni, arrivate chissà da dove, che fanno breccia nell'anima e la curano a un livello profondo...

Le istruzioni (per adesso) terminano qui.
Se avete dubbi o domande, lasciatemi pure un commento.


2 novembre 2013

Donne, guru e sesso curativo

Poco tempo fa ho pubblicato su Facebook una nota che ha sollevato un vespaio, dove un po' scherzosamente (e un po' no) denunciavo una certa abitudine, da parte di maestri e insegnanti dell'ambiente "spirituale", di approfittarsi del loro "pubblico femminile", soprattutto se "avvenente".
In seguito a diversi messaggi privati che ho ricevuto, ho capito che si tratta di una situazione molto diffusa e trovo quindi importante portare l'attenzione su questo tema.



Ma veniamo al dunque, ecco la mia nota:

Lasciatemelo dire... Penso che le donne su un percorso spirituale, e parlo di donne sexy e affascinanti, abbiano più possibilità di crescere rispetto a donne poco avvenenti e alla maggior parte degli uomini...  Semplicemente perché a queste donne non è permesso cullarsi nell'illusione di un guru, di un maestro spirituale, o di un insegnante "evoluto" da prendere come punto di riferimento poiché, in un modo o nell'altro, quando si avvicinano a questi sedicenti professatori di etica e virtù, si trovano ad aver a che fare con dei marpioni che ci provano, in un modo o nell'altro, nel nome di un "amore cosmico" o di una "missione d'amore", ma il cui risultato prevede sempre la palpazione di qualcosa che non è proprio eterico o appartenente ai regni dell'invisibile. 
Potrei riportarvi decine di testimonianze, compresa la mia... Tant'è che tra gli insegnanti/dottori/professionisti/guru/parlatori/ecc. che conosco, di genere maschile (e ne conosco a iosa), ne salvo davvero pochi. E per pochi intendo che non si contano tutti con una mano (però, ringraziando il cielo, qualcuno da contare c'è!).
A una donna bella sia fuori sia dentro, che mostri interesse e attenzione verso di loro, questi "personaggi" non riescono a occultare a lungo la loro ombra di "fame sessuale" e i loro tentativi di bieca manipolazione. 
Care belle donne, a questo punto non dovete che reputarvi davvero fortunate: siete destinate a capire - prima di molti altri - che il Buddha fuori di voi non esiste. Per questo si dice "Se incontri il Buddha, uccidilo" ... perché ogni volta che mettiamo qualcuno su un piedistallo, stiamo tradendo noi stessi e il fatto che la verità del nostro percorso si può conoscere solo attraverso il nostro proprio sentire. Non esistono guru, esistono persone che hanno idee ed esperienze, e a volte si tratta di idee ed esperienze interessanti e che abbiamo bisogno di integrare nella nostra vita (che significa fare nostre, e non inseguire come cagnolini)... ma la direzione, la "verità" del nostro cammino, appartiene solo al nostro cuore
Non esiste nessun "Buddha" fuori di noi, perché possiamo vedere solo quello che siamo... Se non siamo Buddha, il Buddha che incontriamo è un impostore. E se siamo Buddha, non possiamo incontrare ugualmente nessun Buddha esterno a noi. 
Insomma, se incontri il Buddha, uccidilo. E se hai un bel paio di tette e due gambe da capogiro, sappi che lo incontrerai molto, molto prima degli altri... e molto prima degli altri ti sarà data la possibilità di "ucciderlo" 
Va detto, comunque, che anche le signore meno avvenenti e gli uomini hanno la possibilità di attraversare rapidamente l'illusione; consiglio loro di fingersi pieni di soldi e possibilisti nel voler finanziare progetti spirituali. Anche quella del denaro, infatti, è una buona leva per far uscire la vera natura di chi, in nome della spiritualità, dimostra di avere comportamenti poco etici.
... Alla fine l'insegnamento è Uno: Seguite il vostro cuoreeeeeeee! 
Non la paura, non i dubbi, non il bisogno, non ciò che non venga da voi stessi anche se sembra vero, interessante, utile, sorprendente... 
Seguite il vostro cuore, ciò che risuona con la vostra integrità, che non è qualcosa di morale ma qualcosa che vi rispecchi veramente e che vi crei libertà, non prigioni. Crescite, non cadute. 
Seguite il vostro cuore. E non permette a nessuno di dirvi come dovete essere e da dove dovreste prendere la vostra soddisfazione. 
Solo voi conoscete davvero la via che vi porta alla gioia. Voi e nessun altro.

(Su Facebook la nota si trova a questo link)

Questo mio scritto, tra l'altro, ha "profeticamente" anticipato di pochi giorni il servizio delle Iene dedicato al "sesso curativo" praticato da uno sciamano nei confronti di una ragazza. E per "sesso curativo" qui si intende la necessità di avere dei rapporti sessuali con il guru in questione non per piacere di quest'ultimo ma per "aiutare" la povera ragazza a superare il suo traballante rapporto con la femminilità... trovate il report a questo link.
Nel servizio non si fa il nome dello sciamano coinvolto, ma in moltissimi lo hanno riconosciuto... e voi?

Il mio intento non è certo quello di scoraggiarvi dall'avvicinarvi a guru, maestri e insegnanti. Tant'è che io stessa reputo che l'Insegnamento vada appreso attraverso una trasmissione di sapere (occorre quindi che ci sia "qualcuno" a trasmetterlo), ma il punto qui è un altro: è imparare a sondare dentro noi stessi e dentro la vera natura delle nostre fragilità. Chiaro che il "guru approfittatore" farà leva su di un nostro bisogno, quindi la maggior difesa per noi stessi è proprio non raccontarcela sui nostri intenti.
Un po' meno facile, chiaramente, è "difendersi" da un terapeuta al quale ci siamo rivolti perché bisognosi di ricevere aiuto, se assomiglia alla dottoressa del sopra citato video...

L'augurio, come sempre, è che prevalga il buon senso. 
E la morale? 
Occorre essere meno "passivi" e imparare a valutare anche coloro dal quale vogliamo ricevere "aiuto" (e questo, direi, vale in ogni campo). In tutto ciò ricordandosi, naturalmente, che l'unico modo per incontrare veramente il Buddha è diventare come lui...



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22 settembre 2013

Equinozio d'Autunno, Cicli ed Energie

L'equinozio d'autunno ci fa entrare in un periodo di tempo dove le energie fisiche man mano si contraggono: la natura comincia a nascondersi, la luce del giorno diminuisce in numero di ore e molti animali si avvicinano al letargo così da poter affrontare l'inverno.

Alcune tradizioni esoteriche narrano che le energie più sottili anticipano di tre mesi l'andamento delle energie fisiche (cosa che personalmente avverto e quindi confermo).

Il ciclo dell'energia fisica, come sappiamo, ha il minimo al 21/12 (solstizio inv.) e il suo massimo al 21/6 (solstizio est.).
Il ciclo dell'energia sottile o eterica ha dunque il suo minimo al 21/9 (equinozio aut.) e il suo massimo al 21/3 (equinozio prim.)
(le date possono variare di uno o due giorni a seconda degli anni).

Lo schema qui sotto può aiutare a capire l'andamento dei due cicli, dove la sinusoide rossa raffigura l'andamento dell'energia fisica, e quella blu l'andamento dell'energia eterica. 



Come detto, il ciclo sottile anticipa di tre mesi quello fisico, quindi se sul piano fisico comincia l'autunno (21 o 22/09), su quello "energetico" ha inizio l'inverno.

L'inverno è il punto più "basso" di ogni ciclo e rappresenta il momento di passaggio dove termina la discesa delle energie e ricomincia la "salita". In questi giorni, dunque, stiamo entrando "nell'inverno dell'anima" perché a livello interiore risentiamo del ciclo eterico (linea blu nell'immagine di cui sopra).

Cosa significa tutto questo? Significa che questi prossimi tre mesi sono ideali per chiudere tutto ciò che va chiuso e ha fatto il suo tempo (spinta che già dovremmo aver avvertito a partire dal 21/6), e per mettere a fuoco nuovi semi e nuovi intenti.

Siate saggi: se volete usufruire del sostegno energetico dei cicli, non sprecate questo periodo entrando "in letargo" o rimandando gli obiettivi, ma dedicatevi concretamente a idee e progetti. Questi, infatti, intorno al 21/12 riceveranno la massima spinta delle energie eteriche (che saranno nel pieno della loro "velocità-primavera"), sommata alla rinascita delle energie sul piano fisico.

Ecco, ve l'ho detto... :)




Per chi volesse approfondire, questi concetti sono magistralmente illustrati nel libro di Francesco e Gabreilla Varetto Il Cantico Dell'Universo.

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24 agosto 2013

Le due forze

Molteplici fattori condizionano la nostra crescita come esseri umani: l'ambiente famigliare, il contesto culturale, il DNA... ma anche le opportunità, gli ostacoli, le coincidenze, l'amore ricevuto e donato, le scelte intraprese o mai affrontate... Il che, in pratica, è un miscuglio di elementi fra predeterminati e fra attivati dalla nostra stessa coscienza. A questo insieme di elementi, tuttavia, manca un altro importante ingrediente, quello che chiamo "forza del destino".

Cosa si intende per destino? Alcuni pensano che il concetto di destino implichi che ogni cosa sia determinata, cioè che, indipendentemente da come si agisca, si arriverà comunque a un dato passo del proprio percorso. Altri rifuggono totalmente l'idea che possa esserci qualcosa di predeterminato. Altri ancora pensano, invece, che il destino esista, ma solo per gli eventi più significativi della vita.

Cara anima che mi leggi, se tu potessi unire con una linea immaginaria tutti i momenti della tua esistenza, sono certa che scorgeresti un disegno, probabilmente con alcune aree ancora da completare.

Questo significa che il destino esiste? Sì... ma non devi pensare al destino come a qualcosa che interferisce o annulla il tuo libro arbitrio. Si tratta piuttosto di un insieme di qualità che anelano a realizzarsi attraverso di te. La quercia anela a realizzarsi attraverso lo sviluppo del seme, essa rappresenta per lui il suo destino. Allo stesso modo, esiste un "potenziale realizzativo" inscritto in ciascuno di noi, che vuole germogliare.

Pensa al destino come a una forza che ti attira magneticamente verso una meta, così come il Polo Nord attira l'ago della bussola e indica la direzione. Qualunque sia la meta che è in serbo per te, essa implica sempre una crescita della coscienza, nel bene e nel male.

A volte percepisci la forza del destino quando, coltivando le tue aspirazioni, senti la gioia maturare e con essa la tua forza interiore. Altre volte ancora, raggiunto un certo risultato, provi la sensazione di essere come arrivato là dove già eri atteso, e allora comprendi il senso di tutti i bivi e gli ostacoli che ti hanno portato a quel punto.

In genere si pensa che noi siamo "causati" dal nostro passato. Questo è corretto, ma solo in parte. Ciò che i più ignorano è che la forza del passato, detta anche "forza delle radici", non è l'unica spinta a modellarci. C'è anche la forza del destino, che ci chiama da un tempo che ancora deve essere, ma che prima o poi sarà.

La forza delle radici e la forza del destino sono importanti allo stesso modo. Esse sono inoltre collegate reciprocamente e nell'una si trovano i semi dell'altra. Per esempio, a volte dentro un grande coraggio alberga il passato di una profonda timidezza, che fu il seme dal quale emerse tutto il resto. E, dentro una profonda timidezza, alberga l'inconscia e inquietante visione del grande coraggio che si è destinati a manifestare.

Noi ci troviamo sempre nel mezzo di queste due forze, ed è bene ascoltarle entrambe. Guardare agli eventi solo dal punto di vista del passato, di ciò che è stato, è usare metà della visione, una metà "maschile", razionale, lineare. Ignorare la qualità del proprio terreno di discendenza, presi dal progettare il proprio futuro, anche in tal caso è usare metà della visione, quella "femminile", simbolica, analogica, creatrice di ciò che ancora non è.

Possiamo e dobbiamo, invece, integrare entrambe le forze. Del passato si elabori il terreno, il suggerimento e il dono (che c'è sempre) dei suoi semi, che è l'humus della nostra trasformazione. Del futuro, si accolga coraggiosamente la spinta a evolvere nella direzione che forse più ci spaventa, ma dove sappiamo che ci ritroveremo più grandi, in ogni senso.





Letture consigliate:

Metagenealogia di Alejandro Jodorowsy
Libro degli Angeli di Igor Sibaldi
Il Codice dell'Anima, di James Hillman.

11 agosto 2013

L'accoppiata narcisista-dipendente

Un po' troppo spesso raccolgo le lamentele degli amici per quello che riguarda le loro storie d'amore. A ben guardare, spesso noto il ricorrere di uno schema preciso, quello che vede l'accoppiata narcisista–dipendente.

La personalità narcisista in genere affascina tutti per il suo apparente carisma, ma poi nei fatti non fa che lasciare dietro di sé scie di cuori infranti (partner d'amore o di lavoro che siano), che lui ha usato e buttato via appena se ne è stancato. Il narcisista ha bisogno di un pubblico poiché è assetato di attenzione e, pur di essere applaudito, è davvero capace di attrezzare messe in scena che hanno dell'incredibile, manipolando, confondendo, illudendo. Nei ricordi delle persone, dopo che l'hanno conosciuto bene, occupa un posto assai sgradito.

Il bisognoso, o dipendente affettivo, ha alla base una scarsa autostima di sé. Non riesce a sentirsi nutrito di se stesso, ad apprezzarsi e ad amarsi, per cui cade facilmente vittima del senso di vuoto e di inadeguatezza. Ogni innamoramento diventa per lui motivo di rinascita e… di attaccamento. L'abbandono che incontra nelle relazioni (inevitabile, essendo egli il primo ad abbandonare se stesso), rafforza in lui la convinzione più o meno inconscia che non merita di essere amato. 

L'accoppiata narcisista-dipendente in genere vede lui narcisista e lei dipendente, tuttavia capita tranquillamente anche il contrario.

Ecco, per esempio, che l'amica si lamenta del suo lui perché distaccato, perché dopo breve tempo ha cambiato atteggiamento, è diventato contraddittorio, la fa sentire poco amata… Lui, d'altro canto, si lamenta che lei vuole correre troppo, si fa film nella mente, è troppo bisognosa, non accetta il suo bisogno di spazio... e così via.

Ebbene, c'è una cosa importante da capire: se riconoscete nel vostro lui o nella vostra lei il narcisista o il dipendente, sappiate che anche voi, in qualche modo, fate parte del gioco. Infatti, non esiste narcisista senza dipendente affettivo, e viceversa. Il narcisista, per sentirsi potente e nel controllo, ha bisogno del dipendente affettivo, perché sa che con lui potrà averla vinta e rimanere sul piedistallo. Il dipendente affettivo, a sua volta, si sente attirato dal narcisista perché inconsciamente vuole guarire dalla ferita del rifiuto, e sente che il narcisista è il candidato perfetto per vivere un'altra storia di perfetto disamore!

L'uomo che non voglia più attirare storie con donne bisognose e dipendenti affettivamente, deve curare il proprio narcisismo. Significa che deve imparare a essere più vero, a esporsi in modo onesto, a non manipolare o fare il compiacente per il gusto di un applauso. La prova per lui più difficile è vivere senza maschere, essere visto per quello che è veramente. Solo senza maschere si può instaurare un rapporto autentico con qualcun altro.

La donna che non voglia più attirare relazioni con uomini narcisisti, deve guarire la propria dipendenza affettiva. Significa che deve imparare a diventare la fonte del proprio nutrimento emotivo, a riscoprire l'essenza della femminilità che è un'essenza autonoma, generatrice di vita. Imparando ad amarsi e a rispettare se stessa, non troverà più attraente colui che, più o meno velatamente, la maltratta.

Capita anche che, a seconda delle persone e dei momenti di vita, si oscilli da una configurazione all'altra. In ogni caso la via è sempre la stessa: autenticità, rispetto degli altri e amore per se stessi.







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3 agosto 2013

Chi sono io?

C'era un tempo in cui mi chiedevo "Chi sono io?" E per un po' ho anche cercato di rispondere a questa domanda. Finché ho capito che non solo la risposta non sarebbe arrivata, ma che la domanda stessa non aveva senso.

Il nostro desiderio di "sapere" nasce spesso da un presupposto che diamo per scontato, ma che scontato non è affatto: quello che la mente sia il mezzo per conoscere la verità.

La mente è uno strumento magnifico, grazie al quale possiamo astrarre dei concetti e costruire un linguaggio. La mente serve a organizzare, a gestire misure. Non a svelare l'essenza di un cammino.

Chi conosce l'essenza è l'io. Ben venga la mente, poi, per organizzare l'interfaccia con il resto dell'esistenza.

Come parlare con l'io, dunque? Come interrogarlo?

L'io ha un linguaggio molto pratico. Per dialogare con lui, devi usare il quotidiano, devi testimoniare la tua domanda attraverso le scelte che fai ogni giorno. Solo in questo modo ti condurrà alla risposta.

Le domande si fanno con le proprie azioni, con quello che si costruisce, non mettendo un punto interrogativo alla fine di qualche parola. In quest'ultimo caso, si tratta di domande per la mente e non per l'io. Domande sterili, a cui seguiranno risposte sterili.

Magari sei il seme di un mandorlo, e chiedi alla mente chi sei. Ed essa risponde che diventerai un melo, perché sei nato in un campo di meli... La mente non può essere interpellata per conoscere la direzione della propria crescita, poiché essa non vede oltre la propria conoscenza. E anche se ti rispondesse che diventerai un mandorlo, non saresti comunque soddisfatto, perché non ti riconosci ancora come tale.

Allora chiedi all'io... e affinché l'io capisca la tua domanda, devi essere "pratico" e mostrargli come ogni giorno stai cercando di crescere e germogliare, in quanto la tua domanda è sapere chi sei, sapere cosa diventerai.

Quando chiedi in questo modo, l'io comincia a guidarti, suggerendoti nuove vie per essere nutrito e protetto, e per superare gli ostacoli della scoperta.

Finché arriva il momento in cui fiorisci dei tuoi stessi fiori... E capisci che il loro profumo è la risposta che cercavi.

Non puoi "sapere" chi sei. Puoi solo "essere" chi sei.





2 agosto 2013

Punture di insetti, disagio e guida interiore

La scorsa settimana sono entrata in un parco che non avevo mai visitato. Faceva caldo e avevo bisogno dell'ombra degli alberi per trovare un po' di ristoro. Dopo pochi passi, ho provato una sensazione di disagio. Non sapevo se fosse per l'afa, per  le piante incolte e trascurate che ferivano il mio sguardo, o per il fatto che qualcuno stesse gridando in un megafono da qualche parte. Continuando a camminare, la sensazione di disagio permaneva. Ho deciso di ignorarla e di sedermi sotto un albero.

Dopo meno di un'ora, ero già di ritorno a casa, piena di fastidiose punture di insetti.
La tentazione, a cui ho ceduto durante i primi minuti, è stata quella di lamentarmi. Anche perché i bozzi provocati dalle punture erano davvero grossi e temevo di dover andare al pronto soccorso.
"Ecco, lo sapevo, dovevo ascoltare il disagio!" mi sono detta.

In realtà, ogni problema, grande o piccolo che sia, porta sempre un insegnamento. Quindi, dopo un profondo respiro, mi sono chiesta: "Cosa mi vuole insegnare questo piccolo incidente?"
E poi è sorta spontaneamente una risposta, anche se si è presentata nella forma di un'altra domanda: "Perché non hai ascoltato quella voce interiore che si manifesta come disagio?"

Già, perché? ... E' perché avevo fretta di soddisfare i miei bisogni.
Avevo la necessità di trovare ristoro e, per cercare di assecondare questo bisogno, ho messo a tacere il disagio, che invece voleva avvertirmi che quello non sarebbe stato un luogo "riposante" e sarebbe stato più opportuno cercare un altro parco.

La dinamica non è per nulla diversa da situazioni ben più importanti che possono riguardare la scelta di un lavoro o di un partner: in gioco ci sono dei bisogni e, nel cercare di soddisfarli, spesso si ignorano tutta una serie di segnali... Solo alla fine, dopo diverse vicende, ci si ritrova a dire: "Lo sapevo! Dovevo ascoltare quella sensazione!"

Avere bisogni o desideri è naturale e ciò non rappresenta mai il problema. Il problema è semmai il tempo e il modo in cui vogliamo soddisfarli: subito e con la prima situazione che si mostri utile a tal scopo! E se ci sono sensazioni di disagio, ovviamente, le cancelliamo istantaneamente dalla nostra coscienza!

Magari vorremmo amare ed essere amati, e spinti da tale bisogno ci attacchiamo come avvoltoi alla prima persona che abbia la parvenza di un partner, sottovalutando altre importanti sue caratteristiche, come il suo mondo di valori e in che maniera li mette in pratica (cosa che richiede un certo tempo di osservazione). Oppure abbiamo il bisogno di sentirci apprezzati, e allora diamo attenzione a persone che in quel momento ci lusingano, ma che hanno dei secondi fini... E così via.

In tutte queste situazioni ci sono sempre dei segnali, delle piccole avvisaglie che, a guardarle con occhio distaccato e senza la fretta della compulsione, si rivelerebbero come cartelli premonitori che indicano un percorso più che accidentato. Ma noi, ostinati nel perseguire i nostri "desideri", ignoriamo quel piccolo e stupido disagio, e percorriamo la strada fino in fondo, fino a farci male.

Eppure il disagio - quel qualcosa che "non quadra" - è lì proprio per aiutarci. Il disagio ci rivela che quello non è il modo, il luogo o il tempo giusto per raggiungere i nostri scopi, e ci invita a guardare a vie più "vere" per noi, libere da attaccamenti, da decisioni prese per pigrizia o per senso di colpa.

Nuovamente memore di questo piccolo grande insegnamento (a volte si dimentica l'ovvio!), per me essenziale visto che sto attraversando un periodo fatto di bivi ravvicinati, sono tornata a casa felice e contenta, e ho ringraziato i fastidiosi insetti per avermi ricordato di ricordarmi di me stessa (scusate il gioco di parole) e quindi di non sottovalutare mai un segnale.

Dentro di noi, a ben vedere, è racchiuso un importante sistema di guida allineato con l'intento della nostra anima. Questo sistema di guida ci manda dei segnali che corrispondo in un certo senso al semaforo verde e rosso, che sono rispettivamente la gioia e il disagio.

Gioia e disagio sono dimensioni interiori che non sono mai distaccate dalla fisiologia, ecco allora che trovano corrispondenza nel modo in cui respiriamo, nella sensazione di pesantezza o leggerezza che ci prende allo stomaco, nel sentirci più o meno carichi di energia, e così via.

Se ascoltiamo le sensazioni nel nostro corpo, ritroviamo i segnali che ci indicano la strada giusta per noi. Diversamente, qualunque strada ci donerà comunque un insegnamento... ma avendo un sistema di guida, perché non utilizzarlo?

Attenzione: disagio e gioia sono sensazioni molto sottili. Non si impongono mai alla coscienza in modo eclatante o imperioso (anche se può capitare, ma non è il modo usuale).
Accadono in un piccolo spazio dentro l'infinito del nostro essere. Per ascoltarli, dobbiamo imparare a far tacere il rumore della mente e l'ansia delle emozioni.

Com'è finita, poi, con le fastidiose punture?
Non so se sia stata la gratitudine verso gli insetti (perché mi avevano ricordato di prestare attenzione al sistema di guida interiore), ma dopo poche ore i bozzi provocati dalle punture erano quasi spariti.
Se vi capita di essere punti, potete provare anche voi: non inveite contro mosche, ragni o zanzare (tutto ciò cui andate contro, aumenta; è una legge di Natura!) ma ringraziateli comunque, sforzandovi di trovare dei lati positivi alla situazione (la gratitudine fa miracoli...).
Se volete, in aggiunta, potete lenire le punture con del gel di aloe, tea tree oil oppure olio di neem (o usare una miscela di questi tre ingredienti insieme), che a casa mia non mancano mai: sono davvero ottimi per tutti i vari problemi di pelle.







20 luglio 2013

Arrendersi

Il potere non ha mai la pazienza dell'amore. Il potere vuole tutto e subito. Mentre l'amore non forza mai una direzione, una crescita, anche se fa in modo di alimentarla.

L'attaccamento all'energia del potere è qualcosa che conosco molto bene, per questo posso dire che si manifesta in modi anche subdoli, che a volte chiamiamo "generosità", "benevolenza", "arrendevolezza" o anche "amore", "amicizia", "sentimenti"… ma altro non sono che vie per legare gli altri.

Ogni volta che ci ritroviamo a vivere un periodo di dolore o difficoltà, fermiamoci per un istante e chiediamoci: c'è stato un momento, in passato, in cui abbiamo fatto delle scelte per brama di potere? E al posto di "potere" leggasi: attaccamento, avidità, ricerca di sicurezza, voglia di avere il controllo, desiderio di sentirsi importanti, ecc. Perché quello è il momento in cui abbiamo indebolito il nostro sistema psico-fisico, quello è il momento in cui abbiamo aperto una porta a energie pesanti, comunque le si voglia chiamare.

Ogni volta che assecondiamo la voglia di potere, a discapito dell'amore, mettiamo il seme per una nuova sofferenza. Non è un giudizio, è un accorgersi. Accorgersi che all'amore ci si può arrendere - e ci si deve arrendere - ed è quello il momento in cui cominciamo a guarire dalle nostre ombre.



Image credits: ©2006-2013 ~oxymore

14 luglio 2013

Liberazione

Lo scorso autunno un uccellino si è schiantato contro il muro del balcone, per poi morire fra le mie mani. Mi ero precipitata fuori per capire cosa avesse provocato quel tonfo e, quando ho visto la povera creatura morente, l'ho raccolta dolcemente, cercando di alleviare in qualche modo il suo dolore. Un attimo prima volava felice e a tutta velocità fra i tetti, e un attimo dopo, stringendo un po' troppo la curva intorno al palazzo, perdeva la vita sotto il mio sguardo impotente... costringendomi, ancora una volta, a riflessioni profonde.

Ci sono dolori che non si possono evitare, creature "innocenti" che il Cielo sacrifica agli occhi degli umani.
Ma il dolore è per chi rimane a guardare, non per chi lascia la forma fisica.

Per qualche strano meccanismo di difesa, ogni gabbia diventa parte di colui che la abita così, quando è invitato a uscirne, prova inquietudine poiché sente che dovrà abbandonare una parte di sé. Sulla porta di quella gabbia c'è il senso della fine e lo sgomento per l'ignoto che si apre oltre la soglia.

Gabbie sono i propri attaccamenti. Le credenze oramai stantie. Le decisioni prese per paura.
Anche il corpo materiale, a un certo punto, diventa come una gabbia. Allora l'Universo offre il suo dono di libertà, richiamando a sé lo spirito che governava la forma.
Chi resta a guardare, chi resta dietro le sbarre, chiama tutto ciò "morte".
Gli occhi di costoro scorgono solo cadaveri, scorgono l'involucro di ciò che è stato, ma non di ciò che ora è diventato.

Non temere i cadaveri.
Testimoniano la forza della liberazione.

Ogni liberazione chiede di abbandonare la parte di sé che ha vissuto nella gabbia.
Ogni liberazione lascia dietro di sé resti in putrefazione di ciò che più non serve.
Questa è una Legge che governa il cosmo, che si tratti della morte di un corpo fisico o della morte di una credenza: ci saranno sempre cadaveri e ci saranno sempre nuove opportunità. E' solo lo sguardo dell'uomo a scegliere di soffermarsi sull'una o sull'altra cosa.

Nel momento in cui si nasce, ecco, quello è il momento in cui si è consegnati alla morte.
Nel momento in cui si accetta di entrare nella Vita, quello è il momento in cui si è destinati alla liberazione.
A nulla vale la protesta del piccolo io, a nulla vale il suo sabotaggio. L'Anima ha il suo progetto e vuole portarlo a termine. Per questo si fa carne e discende nella prigione terrestre: per alimentare il fuoco della liberazione.

Va detto che ci sono oscuri interessi che vogliono impedire il processo. Assecondano il piccolo io nel rendere (o meglio, cercare di rendere) ogni cosa immobile, immutata. Ciò che non muore, infatti, non può germinare nuove nascite. Non a caso lo status quo si mantiene tale grazie a coloro che non sanno morire.

Ma questo tentativo di sabotare il normale flusso della Vita è destinato a fallire.
L'essere umano è uno schiavo, sì, ma ha cominciato a sognare di essere libero. Poiché sta sognando ciò, allora ciò è quanto presto accadrà. Non vi è realtà che non sia nata da un sogno.

*

Ringrazio quel piccolo uccellino per la sua morte improvvisa, e fra le mie mani, per avermi indotto a riflettere su ciò che è essenziale... E se per caso vi ho rattristato, vi informo anche che, nelle settimane successivo, ho raccolto, accudito e salvato un altro uccellino. Una volta riprese le forze e la capacitò di volare, ha esitato ad andar via di casa, fluttuando per qualche ora davanti alla finestra. Ma poi il piccolo amico ha raggiunto altri come lui.
Ecco la foto del "salvataggio":



Questo qui sotto, invece, è un uccellino che, a Berlino, si è "seduto" sulla sedia accanto alla mia, con grande disinvoltura:







10 luglio 2013

Dittature e scelte

Ci sono tanti dittatori a cui obbedire, come un servo senza speranza. Dittatori che non sempre sono ovvi e manifesti. Puoi obbedire a una credenza («Gli Angeli non esistono»), a una maschera («Mi sento depresso»), a una paura («Lo faccio per proteggermi»).
A volte i dittatori si travestono da liberatori: personaggi che stimi e che vuoi imitare, guide che appaiono in sogno o guru che fanno miracoli in Terra. Ma dando loro il potere di guidarti, non fai altro che sostituire una schiavitù con un'altra.

Per questo rimani prigioniero dentro quel mondo dove accadono sempre le stesse cose e si sa già come vanno a finire i giorni, come vanno a finire i pensieri: non sai più obbedire a te stesso (lo hai mai fatto?). Non servi l'unico dittatore che ha senso servire: quello che si abbevera alla fonte della tua Coscienza.

L'essere spiritualmente evoluto non obbedisce a nessuno, neppure a un santo che si materializzi davanti ai suoi occhi. Egli sa che l'unica cosa da fare è sviluppare il proprio discernimento. L'unica dittatura che tollera è quella del proprio Cuore.

E per «Cuore» non intendo «emozioni». Sto parlando di mente intuitiva. Di Sé superiore. Di quella Chiamata la cui forza è così intensa che è impossibile ignorarla senza pesanti conseguenze psico-fisiche.
Tuttavia questo vale se l'hai avvertita almeno una volta.
Se invece vivi da sempre distaccato dal Cielo, non corri alcun pericolo: il tuo Sé non ti prenderà molto in considerazione e ti lascerà il tempo (vite e vite, in questa dimensione o altrove) per rafforzarti e poter sostenere le sue ingiunzioni in un prossimo futuro.

Non hai bisogno di guide che indichino il sentiero. Il sentiero da percorrere è sempre lì, davanti a te. Esso attende che ti accorgi di lui, mentre ti perdi nei sentieri degli altri.
Non sto suggerendo di ignorare i messaggi costruttivi, le luci che ispirano, o di sminuire l'entusiasmo e la forza di una missione collettiva. Sottolineo, invece, che non è possibile delegare a nessuno la responsabilità e la scelta del proprio percorso.
Nessuno può rivelarti la direzione perché l'unica direzione che puoi intraprendere è quella che accade quando è il tuo io a scegliere.

A volte, prima di scegliere, aspetti segnali dal cielo o dalle persone intorno a te… Hai notato, tuttavia, come siano proprio quelli i momenti in cui tutto tace, oppure nuovi immaginati dubbi vengono a confonderti l'anima o a strattonarti da una parte all'altra? Accade perché cerchi risposta dove risposta non esiste: fuori dal tuo io, fuori dal terreno misterioso e vastissimo che è la visione della tua Coscienza.

Più cerchi segnali che ti indichino dove andare o cosa fare, più rimandi il tempo del confronto con te stesso e perdi le forze, ti indebolisci. Ogni volta che cerchi una guida che ti indichi la direzione o alla quale appoggiarti, infatti, metti radici in un giardino che non è il tuo.

Lo so, non è facile (e non è per tutti) contattare quella realtà del Cuore, quella Chiamata celeste che giace sotto la coltre dei pensieri e delle emozioni, e dalla quale emerge la scelta. Ma si può cominciare, ci si può allenare.

All'inizio cercherai nella paura, scambiandola per il tuo Cuore.
Cercherai negli attaccamenti, scambiandoli per i tuoi desideri.
Si tratterà di scelte condizionate, apparenti. Ma se oserai fare i tuoi passi, invece di rimanere bloccato nel dubbio, consumerai il fuoco dell'incoscienza e libererai nuovi spazi, nuove possibilità.

Comunque vada, il Cammino avrà avuto inizio, e questo è ciò che veramente conta.





25 giugno 2013

Bussola

Una voce senza voce, un richiamo verso un luogo che non è luogo, emerge dall'oscurità dell'ignoto ogni volta che si fa spazio nell'anima. "Vieni a me" è il suo messaggio. "Sii ciò che sei" la sua benedizione.

Siamo stati educati a cercare la sicurezza, prima che la gioia. A cercare l'essere approvati prima che il nostro sentirci veri. Abbiamo dimenticato (o forse non abbiamo mai saputo) che prendersi cura non è controllare, che nutrire i propri sogni non è fantasticare, che amare non è rinunciare. La nostra mente e le nostre emozioni hanno soppresso e poi dimenticato che sotto ogni apparenza c'è una trama di luce.

Molti si stanno risvegliando, si ribellano all'assurdità di una vita costruita senza geometria, senza magia. Fanno il possibile per accendere ogni fuoco, ma accade che possano sentirsi persi, tirati tra chi non vede e tra chi crede di vedere ma illude e si illude.
Come orientarsi? Esiste una bussola?

Quando pensi di essere arrivato, in realtà sei appena partito.
Quando pensi di aver trovato il porto dove fermarti, giunge la tempesta che ne rompe gli argini.
Quando pensi di essere al sicuro, crolla la torre della tua certezza.
Quando pensi di essere libero, le tue scarpe si fanno pesanti e ti legano al suolo.
Quando pensi che la notte sia profonda, incomincia l'alba.
Quando pensi che il tuo cuore abbia dato tutto ciò che poteva, scopri che non si è mai aperto.
Quando pensi che sia rimasta solo terra fredda e cemento, scorgi una pianta e i suoi primi fiori.
Quando pensi che la vita sia andata via, la vita torna più forte.
Quando pensi di avere paura, senti l'armatura addosso e la spada fra le mani.
Quando pensi che non hai più la forza per camminare, appare l'abisso e ci salti dentro.
Quando pensi che non proverai più emozione, l'emozione ti sorprende.
Quando pensi che tutto è finito, tutto sta cominciando.
Quando pensi che hai bisogno di una bussola, il dubbio ti impedisce di trovarla.

Se vendi te stesso, gli altri venderanno i tuoi sogni.
Se cerchi la pace, l'anima ti farà guerra.
Non sei qui per vivere meno di ciò che sei, non sei qui per rifugiarti in un porto sicuro.
Questa vita è un viaggio, non una meta.

Dov'è la tua bussola? Dove si trova? L'hai mai ascoltata?







20 giugno 2013

Creatività

Avete mai avuto la sensazione che durante i momenti di sofferenza aumenti la creatività? Ci sono scrittori o pittori, ad esempio, che traggono ispirazione dai momenti più difficili. Funziona proprio così? ... La risposta è "sì" e "no" allo stesso tempo.

Il dolore può fare da leva per comunicare con parti profonde di noi e spingerci a indagare quei territori che altrimenti avremmo lasciato nel dimenticatoio. Gli artisti hanno spesso preso ispirazione e nutrimento dalle proprie frustrazioni.

Nuove possibilità creative, tuttavia, si stanno facendo strada sul Pianeta. Quello che voglio dire è che ulteriori frequenze più alte e gioiose oggi si rendono disponibili alla coscienza degli esseri umani e ci invitano ad abbandonare le vecchie valigie che, con il loro peso e contenuto oramai stantio, non ci servono più.

Sotto il velo minaccioso della crisi c'è una nuova realtà emergente che si rende disponibile a chi si sintonizza con le sue vibrazioni. Anche lo spirito artistico, di conseguenza, si sta adattando e ci induce a creare partendo dalla gioia e dalla soddisfazione, e non dalle romantiche visioni astrali, tanto care a quei "poeti" che amano sognare all'infinito, chiusi nell'impossibilità dei loro desideri.

Intendiamoci, il "lavoro" con le ombre non cesserà mai di esistere, ma la focalizzazione della nuova realtà non sarà tanto sull'oscurità quanto sugli aspetti costruttivi. Qualcuno avrà già notato questa trasformazione anche nella propria vita, accorgendosi di come il contatto con le proprie ombre si sia fatto più veloce o esasperato, ma in modo tale da agevolare il passaggio verso le qualità più luminose.

Ecco allora che moltissimi fra noi cominciano a dedicare la propria attenzione ad attività o compagnie che nutrono nel profondo. C'è chi va a raccoglier pietre colorate al parco, chi crea l'orto in balcone, chi si iscrive a un corso di canto. Chi risponde con un sorriso, chi va oltre, chi semina speranze. I terroristici notiziari alla tv, le polemiche di chi ha voglia di litigare, oppure tutto quello che fa perdere troppo tempo ed energia, non sono più così attraenti come una volta!

Ahimè, c'è anche chi rimane attaccato alle vecchie valigie (modi di essere e di fare, credenze e tanto altro) e da lì non si schioda: possiamo augurarci di contagiare costoro con il nostro esempio, ma la scelta per il cammino degli altri non spetta a noi.

Per sciogliere quanto prima dolori e frustrazioni, e lasciar spazio a frequenze di realtà più luminose, dobbiamo operare sapientemente: abbracciamo ogni ombra, senza paura e senza giudizio. L'oscurità non va osteggiata né temuta, ma accolta come fosse un figlio bisognoso d'essere amato. Quando il Cristo afferma di "porgere l'altra guancia" non invita ad atti masochisti, ma indica un modo alchemico di affrontare ciò che ci viene contro: accoglierlo invece di andargli contro a nostra volta.

Tanto più abbracciamo le ombre, tanto più veniamo abbracciati dalla Luce.
Siamo come genitori nei confronti delle ombre. Ma come figli nei confronti della Luce.
E come figli della Luce dobbiamo imparare ad affidarci e a crescere.

Non illudiamoci che sia un desiderio ovvio o un cammino scontato. Essere Luce è la sfida più grande. Soffrire, invece, è facile: alimentare il dolore, lasciare che contamini ogni cosa, non richiede coscienza, non richiede trasformazione.

Splendere della nostra massima Luce è un'opera ardua, che va conquistata. Ma è anche l'opera più bella, l'atto creativo per eccellenza!



Img credits: ©2013 *IgnisFatuusII



18 giugno 2013

Relazioni appaganti

Care donne, questo scritto è per voi, ma anche gli uomini possono trovarvi spunto di riflessione. 
Si tratta di un vecchio post del 2011 ma ho deciso di aggiornarlo a data odierna, chiarendo e modificando alcuni passaggi. Lo trovo un po' "tecnico" ma lo considero comunque essenziale... Buona ri-lettura!

Il giardino va coltivato

Se per noi è importante avere una relazione appagante e costruttiva, non dobbiamo affidarci al caso. Nessun buon giardiniere si affida al caso per la cura della sua terra: sa quali semi proteggere e quali erbacce sradicare.

Le donne a volte si affidano al caso e non se ne rendono conto. Come insegnano le antiche Leggi, la donna è la "responsabile" di una relazione, occorre allora che il gentil sesso faccia particolare attenzione agli "ingredienti" che sceglie, quando decide di avventurarsi in un nuovo rapporto.

Spesso sento dire che l'amore è tale solo quando è spontaneo. Eppure nessuno si preoccupa della spontaneità quando è il turno di indossare la propria bella maschera pur di attirare la persona di cui ci si è invaghiti.

Facciamo attenzione alle parole: "spontaneo" non significa "affidato al caso" o "lasciato nel disordine delle emozioni". Spontaneo significa "che fluisce". La forza che fa germogliare un seme è un principio vitale di cui non possiamo avere "controllo": attraverso di essa il mistero stesso della vita agisce e in questo vi è spontaneità. Ma possiamo e dobbiamo avere cura del seme che si trova nel nostro giardino, affinché la sua crescita possa fluire. La vita è geometria, presenza, ritmo, intelligenza. Senza intelligenza profonda, nulla può veramente fluire.

L'uomo insoddisfatto e l'uomo di successo

Un uomo che non sia soddisfatto né veramente realizzato in ciò che ha costruito, molto facilmente tradirà la sua donna, fisicamente o con il suo modo di essere. Essendo intimamente insoddisfatto e frustrato, avrà il bisogno di attingere a continue sorgenti di gratificazione istantanea. Che si tratti dell'amante, del video-gioco o di qualunque dipendenza, il punto centrale della questione è che lui avverte un vuoto interiore perché non è stato capace di farsi "canale" della creatività che vuole esprimersi attraverso di lui.

Ogni uomo ha il suo modo speciale di costruire, ma deve scoprire qual è e assecondarlo, o cadrà nella frustrazione. Un uomo realizzato, al contrario, sarà un buon "canale" e quindi si farà tramite di una buona qualità di energia-luce.

Gli uomini generalmente criticano le donne che sono attirate da uomini di successo. Naturalmente, sovente si tratta di uomini "non realizzati". Non sanno (o forse è doloroso per loro riconoscere) che le donne istintivamente hanno capito che un uomo "di successo" è un uomo che ha trovato il modo di realizzarsi e che quindi non abuserà della luce di lei.

Vero è anche che le donne non sempre hanno ben chiaro cosa significhi essere "di successo", e scambiano simboli di ricchezza esteriore, come l'automobile potente o la villa al mare, per simboli di successo. Un uomo di successo non è per forza un uomo ricco (tuttavia, fluendo con ciò che fa, difficilmente sarà in ristrettezze economiche), ma è soprattutto un uomo che ha trovato la propria vocazione.

Impariamo dalla natura

La donna che veramente desideri una relazione appagante dovrebbe guardare in modo lucido all'uomo che sceglie, e conoscerlo bene prima di permettergli di avvicinarsi.

Per una volta, impariamo dalla natura: le femmine di tantissime specie animali selezionano il maschio più forte e affidabile prima di accoppiarsi. E non solo perché così si assicurano un buon "fornitore di pappa e protezione" (questa è logica umana), ma perché sono collegate con il loro istinto femminile e sanno che, una volta scelto un compagno, avranno la tendenza a proteggere lui e la famiglia, qualunque cosa accada.
Questo istinto è presente anche nelle donne della specie umana: una volta che la donna permette a un uomo di entrare nel suo "territorio", qualcosa in lei (chiamiamola "forza della Natura") tenderà a farle perdere lucidità e a spingerla a difendere la coppia, indipendentemente da come si rivelerà essere il partner maschile ("Arrivo a lamentarmi, ma non lo lascio").

Se una donna ignora le forze che si attivano in lei quando dà vita a un rapporto di coppia, può facilmente permettere che la sua energia venga predata. Ad esempio, potrebbe sentirsi attaccata a individui della specie maschile da cui invece dovrebbe scappar via a gambe levate, scambiando tale attaccamento per "amore", quando invece si tratta di "forza biologica" in azione!

Una donna, inoltre, dovrebbe  - anche e soprattutto - guardare a se stessa per capire che tipo di compagno ella può "attirare". Perché non è vero che gli opposti si attraggono. Si attrae invece ciò che è simile.
Attraiamo il partner che è simile o in complementarietà con la nostra vibrazione. A volte sembra "diverso" solo perché il partner ci presenta in modo esplicito una parte di noi che invece abita nell'inconscio.

La donna bisognosa e la donna emotivamente autonoma

Così come un uomo insoddisfatto della propria vita è un pericolo per la relazione, allo stesso modo lo è una donna bisognosa, ossia colei che crede di non poter essere felice se non ha le attenzioni del partner. Una donna bisognosa cerca fuori quello che invece possiede dentro di sé per sua stessa natura: la capacità di essere soddisfatta e di essere nutrita dalla sua stessa luce. Cosa che accade quando si occupa di se stessa e conosce il proprio valore.

Questo non significa che la donna perda interesse nel sentirsi appagata con un uomo. Tutt'altro! Ella sceglierà  non in base a bisogni e attaccamenti, ma in base alla propria libertà e autonomia interiore. Consapevole del proprio valore, accoglierà solo colui che "brilla" con altrettanta intensità.

Spesso, tuttavia, una donna confonde il desiderio di sentirsi appagata con il desiderio-bisogno di avere un uomo che la faccia sentire importante, il che significa che comincia a cercare la fonte del suo soddisfacimento al di fuori di se stessa. Istruita e radicalmente condizionata da una cultura maschilista, si convince di aver bisogno di un uomo per poter accedere al proprio appagamento, ecco allora che finisce col trasformarsi in una donna bisognosa. Una donna bisognosa, ahimè, è facile preda dei "ladri di luce", degli uomini insoddisfatti e incapaci di collegarsi con l'energia creativa della vita e che usano altri esseri umani per cercare un istantaneo appagamento che mai potrà nutrirli fino in fondo.

Una donna non bisognosa, cioè emotivamente autonoma, non è una donna fredda o che non prova emozioni profonde, ma è una donna che sa trovare nutrimento dentro di sé.
La donna è collegata al cuore più facilmente degli uomini. Ed è il cuore la vera sorgente di ogni nutrimento e appagamento, ecco perché ella, in verità, è più autonoma di quanto si possa immaginare! Ed ecco anche perché la Natura "interviene" con una forza biologica che spinge il femminile ad attaccarsi e a proteggere la coppia.

La responsabilità nella coppia

Un uomo di successo e una donna emotivamente autonoma hanno costruito un buon rapporto con l'energia creativa della vita, e per questo ne ricevono sempre più luce e nutrimento. Sia l'uomo sia la donna sono responsabili di come coltivano e fanno crescere questo loro rapporto con l'esistenza.

Per quello che riguarda una relazione di coppia, tuttavia, la responsabilità di amministrare l'energia-luce che circola all'interno del rapporto appartiene alla donna.

Attenzione... Non sto dicendo che la donna deve darsi da fare per tenere tutto "a posto" e che l'uomo non debba fare un emerito niente di niente! Sto parlando di qualcos'altro. Sto parlando della responsabilità che una donna ha quando sceglie un partner e quando poi ci costruisce un percorso di coppia.

La donna ha il compito di assicurarsi che colui che le si avvicina abbia le caratteristiche adatte a sostenere la coppia. L'uomo avrà sempre un suo modo di realizzarsi nella vita; sta a lei scegliere se accettare o meno questo modo prima di dare inizio a una relazione.
Invece cosa accade di sovente? Lei accetta un frettoloso corteggiamento, ignora disastrosi segnali di allarme e poi, quando la coppia riesce comunque a nascere, si lamenta che lui non va bene e che crea problemi!

Una volta che la coppia si è formata, inoltre, è assurdo e innaturale chiedere a un uomo di "innaffiarla" di sua spontanea volontà. Ma lei ha il compito di insegnarglielo. Come? Non certo lamentandosi. Ma usando sapientemente due ingredienti:
1) Continuando a sentire l'appagamento dell'occuparsi autonomamente di se stessa;
2) Gratificando lui ogni volta che se lo merita, anche per le azioni più piccole. Ed evitare di farlo quando invece non se lo merita.

E se lui non "impara", è bene che lei prenda le dovute distanze... Ah, no! Non parlatemi di "amore e sacrificio", care donne! Il sacrificio non è quello che vi mantiene dentro una relazione che vi fa sentire frustrate e inappagate! Non è quello che vi fa sentire "comode" nel lamentarvi di quello che non va!

Attirare l'uomo giusto

Una donna che è bisognosa nei confronti di un uomo, non è nelle condizioni di amministrare la luce di una relazione né meno che mai di attirare l'uomo giusto. E per "giusto" non intendo l'uomo qualunque o quello che "ma sì, può andare". Intendo l'uomo veramente adatto a lei, alla sua anima e al suo corpo.

Una donna non deve cercare un uomo, deve cercare la fonte del proprio appagamento dentro di sé. In questo modo ella può attirare l'uomo "giusto" con il suo modo di essere, con la frequenza che emette nella sua vita. E in ogni caso si sentirà libera di scegliere se concedergli o meno il privilegio di entrare in una relazione.

La donna sa che la relazione è un luogo sacro, dove la luce di entrambi può farsi mezzo per una crescita ulteriore al servizio di un bene più grande, mentre l'uomo deve impararlo - e desidera impararlo - da una donna. Una lezione che è possibile vivere solo quando entrambi i partner sanno coltivare la propria stessa luce.






Per approfondimenti:
La Qabbalah e le leggi spirituali per la coppia felice di Yehuda Berg
Il profumo del sorriso di Francesco e Gabriella Varetto
Uomini, soldi e cioccolato
di Menna Van Praag (anche in audiolibro)
Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés
Dire basta alla dipendenza affettiva di Marie-Chantal Deetjens

... e Falli soffrire di Sherry Argov
(per nulla scontato, affronta in modo diretto i problemi creati dalla bassa autostima delle donne nella relazione)


Nota

A chi mi chiede come applicare questi principi nel caso di una coppia omosessuale, non posso rispondere con chiarezza poiché nelle coppie omosessuali, dal punto di vista energetico, entrano in gioco ulteriori fattori che ho scelto di non approfondire nei miei studi. Tuttavia ho molti amici omosessuali che mi fanno pressione, a loro quindi dico semplicemente di cercare di individuare quali siano le forze maschili e femminili in azione dentro di sé, e permettere alla forza maschile di costruire qualcosa nella vita in modo pratico e che rifletta la propria vocazione, e a quella femminile di selezionare e/o educare la coppia nel modo sopra descritto, facendo sempre e comunque perno sulla propria autonomia emotiva.